giocattoli vibranti per adulti

14 Dicembre 2009

Ho messo in vendita il mio vecchio GPS, per chi fosse interessato. L’antenna di vecchia generazione non soddisfaceva gli standard che mi sono dato per la rilevazione sentieristica, per quanto sia più che sufficiente per ogni altra applicazione. OK, ammetto che pure per i funghi non va bene, perché perde il segnale nel bosco fitto, ma per la mountain bike e l’escrursionismo va bene.
Ho preso un apparecchio dotato di antenna Sirf Star III. Sono una fashion victim del Sirf Star III, forse altri chip hanno prestazioni paragonabili, o magari fanno meglio, ma resta il fatto che io sono tra le vittime dell’ufficio marketing della Sirf. Ho preferito la soluzione smartphone, visto che contemporaneamente mi si era pure rotto il telefono e avevo anche venduto la chiavetta per l’internet mobile, così faccio tutto con un apparecchio solo, e soprattutto ci metto il programma che voglio io e le mie cartine, non quelle della Garmin, di cui abbiamo già parlato. Credevo di trovarmi davanti ad una scelta infinita di marche e modelli, ma scremando tutta la monnezza in commercio da quelli che non hanno il chip Sirf Star III, e quelli che non si connettono in HSDPA si rimane con meno di 10 modelli, se poi restringi ulteriormente su quelli con 128 mega di RAM ne restano 3*, di cui solo 1 venduto in Italia, questo. Certo, è un Acer, per la precisione un E-ten rimarchiato Acer, perché la Acer non è capace di fare le cose, le fa fare agli altri e le rimarchia. Marchio poco cool? Forse, ma tutti i vostri bei Nokia e i vostri bei HTC montano un chip GPS della Qualcomm, e costano il triplo. La comparativa di chipset GPS più seria che ho visto è questa, certo, non è una comparativa molto seria, basata su un solo test, senza benchmark, senza niente, ma comunque dà risultati chiari su chi spadroneggia il mercato dei chip GPS non differenziali. Fanno bene alla Nokia: quanti sono gli utenti che si accorgono (o a cui frega qualcosa) della differenza tra un economico chip Qualcomm e the real thing? Pochi.
Unica nota negativa, sono stato inculato da Unieuro. Era in offerta a 179 euro ma solo se lo ordinavo per posta, spendendo 7 euro di spese postali e imbarcandomi il gran casino di rispedirlo via corriere nel caso avessi dovuto restituirlo, cosa che per fortuna non è successa, mentre in negozio stava a 269. Quindi l’ho preso via posta, e il giorno che è finita l’offerta all’Unieuro via posta l’hanno messo in offerta in negozio, sempre a 179. Pazienza, dico, mi sarei infuriato ben di più se in negozio l’avessero messo a meno. In ogni caso, con 179 euro posso andare da uno con l’Iphone da 700 euro e dirgli “bella quella foto, me la mandi col bluetooth?” “ehmmm… uhmmm…” “beh allora mandami un MMS” “uhmmmm… ehmmm…” “dai, vediamo chi ha il GPS più preciso” “uh uh, oh oh”. Belinoni.

*queste operazioni sembrano più time-consuming di quanto non siano, se non si conosce pdadb.net


terra di leggére

2 Dicembre 2009

Da qualche giorno dormo male per via dei reticolati chilometrici.
I miei lettori digiuni di cartografia non me ne vorranno se uso queste pagine per il mio sfogo, d’altra parte noto nelle statistiche che il mio precedente intervento sulla materia è uno dei più ricercati dagli utenti di Google. (Che poi, Google ha i giorni contati).
Naturalmente so tutto di coordinate, proiezioni, datum e mozze varie, e presumo che i miei lettori ne siano altrettanto edotti, e comunque non tocca a me farvi la prima lezione di cartografia, vista la crescente mole di esaurienti pdf che si possono scaricare altrove; passo quindi direttamente alla polemica.
Mi chiedo perché cazzo continuino a capitarmi per le mani delle cartine con reticolati chilometrici non conformi alla proiezione adottata*.
Certo tutti sappiamo cos’è e come si usa un reticolato chilometrico: abbiamo la nostra carta topografica, sopra la quale ci sono dei quadretti, questi quadretti alle scale normalmente usate in topografia (1: 5<50 mila) sono tipicamente di lato 1 chilometro e per questo si chiamano chilometrici. Servono a rendersi conto delle distanze a colpo d’occhio, e a trovare le coordinate piane di un punto, vale a dire la distanza in metri di quel punto dall’equatore in latitudine, e rispetto al meridiano centrale della proiezione per la longitudine (con opportuno falso est, si intende, per non fare casini). Certo, le coordinate ottenute si riferiscono al sistema con cui è stato disegnato il quadratino, e se devo mandare qualcuno a scavare un buco in quel punto o sganciarci una bomba, è importante essere d’accordo sul sistema adottato.
La babele di standard comunemente usati in cartografia, primo grande scoglio degli studenti, non semplifica le cose, ma mi aspetterei che il reticolato seguisse la proiezione, e lo dico non perché sono cattivo, ma perché sono sicuro che nella proiezione della carta, il reticolato chilometrico ha lato di un chilometro, le linee sono dritte, e i quadrati sono quadrati. Invece quello che vedo è che la carta usa una proiezione, che magari è quella più precisa, o è quella disponibile perché rilevata in tempi antichi e non più modificata, diciamo pure Gauss- Boaga, e facciamolo ’sto nome, mentre il reticolato, che è più facile da fare (basta tirare delle righe) è aggiornato a quello più in voga, che si pensa possa tornare utile all’utente a cui viene richiesto il punto secondo uno standard di moda (diciamo UTM, e va bene, diciamo UTM, ma che UTM? Quello ED50 o quello WGS84, che è 100 metri più in là?).
Il ragionamento sembra giusto, ma è viziato dal fatto che, così facendo, il reticolato non è formato da quadrati, ma da un cazzo di quadro di Bridget Riley.
Mi si obietterà che le deformazioni sono piccole, e all’atto pratico, su scale topografiche le linee risultano dritte e semplicemente traslate rispetto al reticolato della proiezione originale. Sarebbe inutile, insomma, disquisire su un errore infinitesimale, invisibile nella scala che stiamo usando, e senz’altro meno importante di errori ben più rilevanti insiti nella stessa tecnica cartografica (stiamo pur sempre facendo finta che la terra sia piatta!).
Ma sono datum diversi, non sono discorsi. Se prendo l’ellissoide internazionale di Hayford del 1924 e lo oriento a Roma è una cosa diversa da orientarlo a Potsdam. Il centro della terra va a cadere da un’altra parte, il polo nord va a cadere da un’altra parte, e mi ritrovo un punto spostato a nord di 180 metri, e a est di 53, ma non precisamente, Gesù Cristo, non dappertutto. Bisogna fare i conti punto per punto, si devono seguire le tabelle, viene una roba spannometrica e inelegante, ti rimane comunque un errore di qualche metro che non elimini.
Nelle carte serie, il reticolato segue la proiezione e poi, per completezza, per curiosità, o per comodità dell’utente, ci sono gli “inviti” sui bordi della carta, che individuano il reticolato (teorico e spannometrico) relativo a un’altra proiezione, invece capita di vedere il contrario, il reticolo disegnato è quello dell’altra proiezione, e solo gli inviti del reticolato relativo alla proiezione della carta.
Questa vergogna deve finire.

QUESTO BLOG E’ CONTRARIO AL RETICOLO CHILOMETRICO DIFFORME DALLA PROIEZIONE

* Ha cominciato l’IGM, che ha preso tutti i punti trigonometrici con un sistema nazionale (il Gauss-Boaga) in tempi di autarchia, ma ha pubblicato poi le carte con reticolato UTM con datum europeo 1950 per conformarsi agli standard NATO. Col passare degli anni, si è capito che un sistema di coordinate universale (l’UTM) valido per tutto il mondo non poteva andare avanti con dei datum regionali, e si è lavorato per un datum che andasse bene a tutti (WGS84), e contemporaneamente preciso per nessuno. Oggi il WGS84 è il sistema usato nei GPS e per questo tutti a chiedere il reticolato UTM(WGS84) e a sputare sul reticolato UTM(ED50), per non parlare dell’unico reticolato legittimo per una proiezione Gauss-Boaga con datum Roma40: il reticolato Gauss-Boaga con datum Roma40! Quello che sfugge è che le carte sono sempre le stesse, prese con i punti trigonometrici autarchici di cui sopra, e che il GPS lavora, sì, sullo standard WGS84, ma parliamo dello standard geografico (in gradi), non di quello proiettato, ergo le macchinette per restituire coordinate piane in UTM(WGS84) fanno esattamente la stessa fatica, gli stessi calcoli e le stesse approssimazioni necessarie per darvi le coordinate piane in qualunque altro sistema, ma se non altro, lavorando con una cartografia coerente si eviterebbe di introdurre un ulteriore errore, per quanto trascurabile possa essere.


the leaves grow old and fall and die

27 Novembre 2009

Il Paziente G si conferma il massimo esperto italiano di affari di Wheterby, nello specifico, è l’unico che continua a visitare periodicamente il sito degli Hood dopo 4 anni dal loro scioglimento de facto.
Facendo eco al nostro precedente post, segnala che la crisi del mercato discografico ha mietuto meritevoli vittime anche nello West Yorkshire.
E’ dai tempi dello scandaloso remix dei GDM che ci pesa questa imbarazzante parentela (non mancammo di segnalarlo e di adoperarci per contrastarla), oggi i destini delle due compagini sembrano legati anche dal comune accattonaggio. Sono rari i casi in cui, nelle infinite ramificazioni della vita, sia così chiaro in quale punto preciso è stata presa la prima piccola decisione sbagliata che per effetto farfalla ha condotto alla catastrofe.
A suo tempo pagai “Outside Closer” 10 euro, al banchetto del Viccaro che non l’aveva capito e se ne voleva disfare per pagarsi la benzina che l’aveva portato al Tagomago, ma mai avrei accettato di pagarlo 9,99, o un qualsiasi altro prezzo dotato di quegli infamanti decimali.
Oggi Outside Closer sta a 4,99 (sterline), medesima sorte di Rustic Houses (via Norman records, magazzinone che applica il *,99 a qualunque prezzo, gli auguro la fine della Contempo), 5,99 per Cold House (il disco che ha trasformato la storia dell’universo), 7,99 per Cabled Linear Traction e Silent’88.
E sapete cosa mi mette le mani nel sangue? che per questo, il peggior colpo alla ruralità inglese dai tempi delle enclosure acts, venga richiesto più del doppio.


maturità

17 Novembre 2009

Homesleep ha finito la sua corsa allora?
Sì, ma non è un dramma. Almeno non lo è per noi.

Tranquilli, neanche per noi. Ma per qualcuno, lo so per certo, alcuni dischi non sono da buttare. Io stesso, lo ammetto, ho un disco dei GDM (in mp3) e l’ho ascoltato diverse volte. Beh per quel qualcuno ora è il momento di profittare dei magazzini che vanno svuotati. La snob way to indie culture non ha impedito di applicare prezzacci stracciati su tutto il catalogo e la home page del sito ha assunto le fattezze di un volantinaccio di Mondo Convenienza. Nadir dello svilimento, il “virgola novantanove centesimi” studiato affinché il consumatore non percepisca la soglia psicologica dei 4 euro, e il “fino al 30 novembre!” per mettere fretta alle massaie, come se dopo il 30 novembre potessero risalire i prezzi. Eppure, ciò che non mi mancava dei miei tristi trascorsi nell’indie rock, mi mancherà in futuro: qualcuno a cui indirizzare i miei due minuti d’odio, quel mondo felice e semplificato nel quale il tuo nemico ha un nome e un cognome.


essere un castigo, oggi

6 Novembre 2009

cletusMettendo ordine tra i miei vecchi files, mi sono imbattuto in una delle cose più vergognosamente classiste che la mia mente abbia mai prodotto.
A quei tempi, avevo un complesso di superiorità verso quelli che chiamavo “castighi”. Ma chi sono, precisamente, i castighi? Non è traducibile con “bifolchi”, perché i bifolchi sono necessariamente campagnoli, mentre può esistere il castigo di città, non sono i poveri, perché esistono castighi ricchi, né genericamente gli umili, gli emarginati o simili, perché ci sono esempi di castighi ben inseriti nella società.
Essere un castigo è uno stato di grazia interiore, che può anche non dare immediati segni tangibili. Tuttavia, avevo elaborato questo test, che avrebbe permesso di distinguere con relativa facilità il castigo dal non castigo.
Ogni affermazione valida per il lettore vale un punto: da 0 a 3 punti non sei un castigo, da 3 a 5 punti sei a rischio castigo, oltre i 5 punti (che siano 6 o 20) sei senz’altro un castigo. Io sono a rischio castigo.

VAI AL TEST


apocalisse zombi

19 Ottobre 2009

deadsetUn amico mi ha fatto vedere Dead Set, la serie televisiva inglese sugli zombi. In realtà si tratta di un film, spezzettato in 5 puntate da 20 minuti per farne una serie televisiva. Vi si trovano tutti i classici elementi del genere ed il risultato è tutto sommato godibile.
La visione mi ha però portato a riflettere sul fenomeno degli zombi. Storicamente, pare che gli zombi fossero poveri cristi haitiani istupiditi col veleno del pesce palla e messi a lavorare nelle piantagioni. Nelle opere d’ingegno gli zombi invece appartengono a due grandi categorie:
- cadaveri, anche in avanzato stato di putrefazione, riportati in vita da incantesimi, formule magiche o gas misteriosi (“morti viventi”).
- persone comuni, vittime di infezioni dagli effetti particolari o dal malefico influsso di un luogo maledetto.
In tutti i casi gli zombi hanno attraversato un periodo più o meno lungo di “morte” (più o meno apparente), al loro risveglio sono incapaci di ragionare, hanno perso il colore rosato della pelle irrorata di sangue tipico delle persone vive e sono spinti da manie omicide, spesso accompagnate dal cannibalismo, o dal cannibalismo con la predilizione di particolari parti anatomiche. Il loro male è spesso contagioso a seguito di scambio di sangue o altri fluidi corporei (come avviene per il morso), e possono essere fermati solo tramite distruzione dell’encefalo.
Non sono, in effetti, molto dissimili dai vampiri: questi ultimi sono infatti allo stesso modo tecnicamente morti, hanno atteggiamento aggressivo, sono contagiosi e virtualmente immortali (in quanto già morti), fatta salva la fattispecie della distruzione del corpo o, a seconda dei casi, la distruzione del cuore operata attraverso strumenti in legno (o solo di un un particolare legno, come il frassino). I vampiri hanno, in più, una mutazione in senso bestiale dei lineamenti del volto: assumono, cioè, lineamenti che ricordano quelli del pipistrello, particolarmente nella dentatura, e a differenza degli zombi conservano, in genere, tutta la loro intelligenza.
Posso sbilanciarmi ad affermare che, tra i generi horror, quello degli zombi è il mio preferito, perché contiene in sé determinati elementi assenti negli altri generi:
1) la verosimiglianza
2) la possibilità narrativa di scenari apocalittici
3) il piano satirico / metaforico.
Con “verosimiglianza” intendo il carattere “fantascientifico” del genere. Per fantascienza si intende un genere di fiction basato sull’attuabilità di tecnologie fantastiche o, quanto meno, non (ancora) nelle possibilità della tecnologia contemporanea all’autore. I film nei quali la zombificazione è causata (tipicamente) da virus mutati, sviluppati magari con tecnologia militare all’avanguardia, possono rientrare nel genere fantascientifico/catastrofico, più che nell’horror. In quei casi dove ci sia di mezzo il soprannaturale, o dove si verificano episodi francamente assurdi come resurrezione di corpi decomposti o di parti di corpo con vita propria si perde, come nei film di vampiri (di matrice sempre sovrannaturale), la componente di verosimiglianza.
Con queste parole non vorrei offendere chi crede nella attuabilità delle magie vudù, nell’esistenza di cimiteri magici o anche nella semplice interpretazione letterale della resurrezione della carne biblica, ma solo distinguere tra opere conteneti la componente sovrannaturale da quelle puramente fantascientifiche.
Per questo preferisco gli zombi ai vampiri, o ai fantasmi dei bambini negli orfanotrofi, per quanto vi siano capolavori anche in questi altri campi. Ciò che invece mi fa preferire gli zombi agli horror basati su serial killer o famiglie sanguinarie (più propriamente “thriller”) è invece la componente virtualmente apocalittica / escatologica del fenomeno. Ciò introduce la possibilità di scenari bellici o fantapolitici, con una miriade di possibilità narrative che i film di assassini non offrono: costituzione di piccole comunità, regimi militari, stragi di vasta scala, spopolamento del pianeta (possibilità purtroppo solo sfiorate dalle generalmente povere sceneggiature di horror a basso budget).
La componente satirico / metaforica è un’altra possibilità assente negli altri sottogeneri dell’horror, e per quanto banale ne costituisce pur sempre un valore aggiunto. La critica alla nostra società “zombificata” è infatti quasi sempre riscontrabile nei film del genere, a partire dagli zombi di Romero ai grandi magazzini fino al finale di questo Dead Set (una platea di ottusi morti viventi che guardano alla TV un Grande Fratello interpretato da altri zombi). Non mi sono particolarmente simpatiche queste velleità spicciole da film “di denuncia”, ma possono pur sempre aggiungere qualche valore alla pellicola, se fatte con garbo e moderazione, o col sorriso sulle labbra.
Tornando sul tema della verosimiglianza, è senz’altro inutile citare l’arcinoto articolo di cracked.com dall’evocativo titolo “5 Scientific Reasons a Zombie Apocalypse Could Actually Happen”, quanto ricordare che un’apocalisse zombi, ripulita dalle componenti più assurde che vediamo nei film può essere senz’altro attualizzabile nel mondo reale. Un’ipotetica infezione zombi deve avere poche semplici caratteristiche già presenti in infezioni reali:
1) estrema aggressività del paziente
2) alta contagiosità
3) basso tempo di incubazione
4) decorso fatale.
Certo, avremmo lo zombi perfetto se durante l’incubazione fosse presente un periodo di convulsioni seguito da un breve stato di “morte apparente” e se l’infezione danneggiasse le capacità verbali e relazionali del paziente lasciando l’aggressività come unico carattere distintivo dalla catatonia, certo è che, per muoversi, camminare o, come va di moda ultimamente, correre, un organismo ha bisogno di un apparato cardiovascolare e respiratorio funzionante, e non si verificheranno scene di teste parlanti o corpi trivellati di colpi di mitragliatrice che continuano a camminare, ma di certo i pazienti infetti potrebbero momentaneamente “disinteressarsi” delle mutilazioni fino al sopraggiungere della morte per dissanguamento.
Oltre al mondo dei virus encefalici, la natura ci fornisce numerosissimi esempi di parassiti dai comportamenti più fantasiosi, alcuni dei quali prendono il controllo del corpo degli ospiti e lo “costringono” a recarsi, ad esempio, in posti allo scoperto dove possa più facilmente essere predato o dal quale venga ottimizzata la dispersione delle spore che, dopo la morte, gli usciranno dal corpo. Costringere un organismo ad azioni insolite con lo scopo di propagarsi è, d’altra parte, quello che fa il virus del raffreddore attraverso lo starnuto: se invece di vaporizzare saliva sulla faccia dei colleghi fossi spinto a morderli, avrei uno zombi-raffreddore, e l’ufficio sarebbe un luogo meno monotono.


droga gratis for the masses

14 Luglio 2009

strippo a ufo! occorrente:

- uno spazzolino elettrico tipo Oral B

- una sveglia digitale coi numeri rossi

istruzioni:

guardare i numeri rossi della sveglia mentre ci si lava i denti, in particolare i molari dell’arcata superiore. woooahhh!!!

pizza.lsd


ci avevate mai pensato?

26 Giugno 2009

“we are the champions” è un plagio di “roma nun fa la stupida stasera”. spudorato.


scarred ghost

5 Giugno 2009

martyrssu un qualche blog che non ho più rintracciato avevo letto una recensione entusiastica su un certo film horror francese, di cui avevo dimenticato il titolo. ho così fatto una ricerca con google, e ho scaricato e guardato, con calma, tutti i film horror francesi degli ultimi anni. l’unico per il quale si può effettivamente parlare di capolavoro è martyrs, e sono certo che proprio di quello parlava il blog. alle miriadi di recensioni che si trovano su internet, che scomodano tutti, da haneke a kubrik fino ad agotha kristof, non ho molto da aggiungere, se non la mia voce al coro che dice “da vedere assolutamente”, ma conviene spendere due parole sulla colonna sonora. questa è curata da un gruppo, anch’esso francese, dal buffo nome seppuku paradigm; si tratta di una classica colonna sonora da horror coi violini, ma c’è almeno una traccia che merita l’ascolto svincolato dalle immagini: “anna and the scarred ghost”, che nel film è usata, appunto, quando la protagonista incontra la candidata al martirio con i chiodi in testa. una piccola citazione iniziale, forse involontaria, a koyaanisqatsi e poi il pezzo si sviluppa su accordoni orchestrali e giù tristezza a volontà (l’accordo ripetuto verso i 3:42 garantisce pianto). lodevolissima l’iniziativa di rendere disponibile la soundtrack gratuitamente dal sito internet, piuttosto che stamparne un cd che avrebbe venduto forse 200 copie, dandomi modo di assumere la mia dose quotidiana di audioumiliazione senza passare da soulseek. il resto della produzione del duo, di cui si trovano assaggi sul myspace, è più ritmato, suonato e cantato, e perciò evitabile, ma le colonne sonore (anche quella di eden log, più elettronica alla M83) belin meritano.


arrivare in ritardo (di 10 anni) fa sempre figo

19 Maggio 2009
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile).
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.
 
per sopportare la coda all’ufficio per l’impiego, ho comprato il numero nuovo di blow up. l’ultimo numero che avevo letto era dicembre 2005, e considerato che non ho altre fonti di informazione musicale cartacee né elettroniche, si può dire che il mio livello di aggiornamento sulle uscite del mercato discografico sia piuttosto scarso.
ho un rapporto di amore-odio per questa rivista, che porto avanti fin dall’uscita del primo numero in edicola (c’è anche una preistoria da fanzine che però ai tempi non seguivo). va da sé che i canoni estetici del direttore non coincidano coi miei, ma l’eterogeneità del materiale recensito la  qualifica come ottimo punto di partenza per approfondire numerosi percorsi, assecondando le mie ossessioni del momento.
altra qualità della rivista, nel bene e nel male, è quella di indicare quelle che sono le tendenze più fighette e i nomi più in vista della cosidetta scena indie: tutti i sommovimenti musicali più interessanti della nostra penisola e non, prima o poi avranno dedicato un articoletto, e quelli che riescono a starne fuori sono comunque stanabili dopo un paio di link via internet, partendo da quello che leggi su blow up.
quello che succede ora è che sta diventando figo il DIY, cioè la merda nella quale ho sguazzato per diversi anni, uscendone circa nel 2000, cioè 10 anni prima che diventasse un fenomeno cool. ciò mi rende creditore di diversi bocchini, perché oggi le etichette di cdr sono fighe, le etichette di cassette sono fighe, perché la gente non ha più in casa il mangiacassette ma solo l’ipod e quindi la cassettina di nastro magnetico con la copertina fatta a mano è diventata figa perché è retrò.
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inutile ricordare che nel 1997 erano gli sfigati a fare le cassettine e nel 2002 erano gli sfigati a fare le etichette cdr, perché erano i formati che costavano meno. oggi fare una cassettina costa di più che mettere in rete gli mp3, quindi le cassettine sono fighe, perché costano più degli mp3, e sono quindi un feticcio come prima poteva essere l’edizione in digipack, e fare le copertine a mano costa di più che farle con photoshop e stamparle a colori.
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile). è la differenza tra scelta e necessità.
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.