essere un castigo, oggi

6 Novembre 2009

cletusMettendo ordine tra i miei vecchi files, mi sono imbattuto in una delle cose più vergognosamente classiste che la mia mente abbia mai prodotto.
A quei tempi, avevo un complesso di superiorità verso quelli che chiamavo “castighi”. Ma chi sono, precisamente, i castighi? Non è traducibile con “bifolchi”, perché i bifolchi sono necessariamente campagnoli, mentre può esistere il castigo di città, non sono i poveri, perché esistono castighi ricchi, né genericamente gli umili, gli emarginati o simili, perché ci sono esempi di castighi ben inseriti nella società.
Essere un castigo è uno stato di grazia interiore, che può anche non dare immediati segni tangibili. Tuttavia, avevo elaborato questo test, che avrebbe permesso di distinguere con relativa facilità il castigo dal non castigo.
Ogni affermazione valida per il lettore vale un punto: da 0 a 3 punti non sei un castigo, da 3 a 5 punti sei a rischio castigo, oltre i 5 punti (che siano 6 o 20) sei senz’altro un castigo. Io sono a rischio castigo.

VAI AL TEST


apocalisse zombi

19 Ottobre 2009

deadsetUn amico mi ha fatto vedere Dead Set, la serie televisiva inglese sugli zombi. In realtà si tratta di un film, spezzettato in 5 puntate da 20 minuti per farne una serie televisiva. Vi si trovano tutti i classici elementi del genere ed il risultato è tutto sommato godibile.
La visione mi ha però portato a riflettere sul fenomeno degli zombi. Storicamente, pare che gli zombi fossero poveri cristi haitiani istupiditi col veleno del pesce palla e messi a lavorare nelle piantagioni. Nelle opere d’ingegno gli zombi invece appartengono a due grandi categorie:
- cadaveri, anche in avanzato stato di putrefazione, riportati in vita da incantesimi, formule magiche o gas misteriosi (“morti viventi”).
- persone comuni, vittime di infezioni dagli effetti particolari o dal malefico influsso di un luogo maledetto.
In tutti i casi gli zombi hanno attraversato un periodo più o meno lungo di “morte” (più o meno apparente), al loro risveglio sono incapaci di ragionare, hanno perso il colore rosato della pelle irrorata di sangue tipico delle persone vive e sono spinti da manie omicide, spesso accompagnate dal cannibalismo, o dal cannibalismo con la predilizione di particolari parti anatomiche. Il loro male è spesso contagioso a seguito di scambio di sangue o altri fluidi corporei (come avviene per il morso), e possono essere fermati solo tramite distruzione dell’encefalo.
Non sono, in effetti, molto dissimili dai vampiri: questi ultimi sono infatti allo stesso modo tecnicamente morti, hanno atteggiamento aggressivo, sono contagiosi e virtualmente immortali (in quanto già morti), fatta salva la fattispecie della distruzione del corpo o, a seconda dei casi, la distruzione del cuore operata attraverso strumenti in legno (o solo di un un particolare legno, come il frassino). I vampiri hanno, in più, una mutazione in senso bestiale dei lineamenti del volto: assumono, cioè, lineamenti che ricordano quelli del pipistrello, particolarmente nella dentatura, e a differenza degli zombi conservano, in genere, tutta la loro intelligenza.
Posso sbilanciarmi ad affermare che, tra i generi horror, quello degli zombi è il mio preferito, perché contiene in sé determinati elementi assenti negli altri generi:
1) la verosimiglianza
2) la possibilità narrativa di scenari apocalittici
3) il piano satirico / metaforico.
Con “verosimiglianza” intendo il carattere “fantascientifico” del genere. Per fantascienza si intende un genere di fiction basato sull’attuabilità di tecnologie fantastiche o, quanto meno, non (ancora) nelle possibilità della tecnologia contemporanea all’autore. I film nei quali la zombificazione è causata (tipicamente) da virus mutati, sviluppati magari con tecnologia militare all’avanguardia, possono rientrare nel genere fantascientifico/catastrofico, più che nell’horror. In quei casi dove ci sia di mezzo il soprannaturale, o dove si verificano episodi francamente assurdi come resurrezione di corpi decomposti o di parti di corpo con vita propria si perde, come nei film di vampiri (di matrice sempre sovrannaturale), la componente di verosimiglianza.
Con queste parole non vorrei offendere chi crede nella attuabilità delle magie vudù, nell’esistenza di cimiteri magici o anche nella semplice interpretazione letterale della resurrezione della carne biblica, ma solo distinguere tra opere conteneti la componente sovrannaturale da quelle puramente fantascientifiche.
Per questo preferisco gli zombi ai vampiri, o ai fantasmi dei bambini negli orfanotrofi, per quanto vi siano capolavori anche in questi altri campi. Ciò che invece mi fa preferire gli zombi agli horror basati su serial killer o famiglie sanguinarie (più propriamente “thriller”) è invece la componente virtualmente apocalittica / escatologica del fenomeno. Ciò introduce la possibilità di scenari bellici o fantapolitici, con una miriade di possibilità narrative che i film di assassini non offrono: costituzione di piccole comunità, regimi militari, stragi di vasta scala, spopolamento del pianeta (possibilità purtroppo solo sfiorate dalle generalmente povere sceneggiature di horror a basso budget).
La componente satirico / metaforica è un’altra possibilità assente negli altri sottogeneri dell’horror, e per quanto banale ne costituisce pur sempre un valore aggiunto. La critica alla nostra società “zombificata” è infatti quasi sempre riscontrabile nei film del genere, a partire dagli zombi di Romero ai grandi magazzini fino al finale di questo Dead Set (una platea di ottusi morti viventi che guardano alla TV un Grande Fratello interpretato da altri zombi). Non mi sono particolarmente simpatiche queste velleità spicciole da film “di denuncia”, ma possono pur sempre aggiungere qualche valore alla pellicola, se fatte con garbo e moderazione, o col sorriso sulle labbra.
Tornando sul tema della verosimiglianza, è senz’altro inutile citare l’arcinoto articolo di cracked.com dall’evocativo titolo “5 Scientific Reasons a Zombie Apocalypse Could Actually Happen”, quanto ricordare che un’apocalisse zombi, ripulita dalle componenti più assurde che vediamo nei film può essere senz’altro attualizzabile nel mondo reale. Un’ipotetica infezione zombi deve avere poche semplici caratteristiche già presenti in infezioni reali:
1) estrema aggressività del paziente
2) alta contagiosità
3) basso tempo di incubazione
4) decorso fatale.
Certo, avremmo lo zombi perfetto se durante l’incubazione fosse presente un periodo di convulsioni seguito da un breve stato di “morte apparente” e se l’infezione danneggiasse le capacità verbali e relazionali del paziente lasciando l’aggressività come unico carattere distintivo dalla catatonia, certo è che, per muoversi, camminare o, come va di moda ultimamente, correre, un organismo ha bisogno di un apparato cardiovascolare e respiratorio funzionante, e non si verificheranno scene di teste parlanti o corpi trivellati di colpi di mitragliatrice che continuano a camminare, ma di certo i pazienti infetti potrebbero momentaneamente “disinteressarsi” delle mutilazioni fino al sopraggiungere della morte per dissanguamento.
Oltre al mondo dei virus encefalici, la natura ci fornisce numerosissimi esempi di parassiti dai comportamenti più fantasiosi, alcuni dei quali prendono il controllo del corpo degli ospiti e lo “costringono” a recarsi, ad esempio, in posti allo scoperto dove possa più facilmente essere predato o dal quale venga ottimizzata la dispersione delle spore che, dopo la morte, gli usciranno dal corpo. Costringere un organismo ad azioni insolite con lo scopo di propagarsi è, d’altra parte, quello che fa il virus del raffreddore attraverso lo starnuto: se invece di vaporizzare saliva sulla faccia dei colleghi fossi spinto a morderli, avrei uno zombi-raffreddore, e l’ufficio sarebbe un luogo meno monotono.


droga gratis for the masses

14 Luglio 2009

strippo a ufo! occorrente:

- uno spazzolino elettrico tipo Oral B

- una sveglia digitale coi numeri rossi

istruzioni:

guardare i numeri rossi della sveglia mentre ci si lava i denti, in particolare i molari dell’arcata superiore. woooahhh!!!

pizza.lsd


ci avevate mai pensato?

26 Giugno 2009

“we are the champions” è un plagio di “roma nun fa la stupida stasera”. spudorato.


scarred ghost

5 Giugno 2009

martyrssu un qualche blog che non ho più rintracciato avevo letto una recensione entusiastica su un certo film horror francese, di cui avevo dimenticato il titolo. ho così fatto una ricerca con google, e ho scaricato e guardato, con calma, tutti i film horror francesi degli ultimi anni. l’unico per il quale si può effettivamente parlare di capolavoro è martyrs, e sono certo che proprio di quello parlava il blog. alle miriadi di recensioni che si trovano su internet, che scomodano tutti, da haneke a kubrik fino ad agotha kristof, non ho molto da aggiungere, se non la mia voce al coro che dice “da vedere assolutamente”, ma conviene spendere due parole sulla colonna sonora. questa è curata da un gruppo, anch’esso francese, dal buffo nome seppuku paradigm; si tratta di una classica colonna sonora da horror coi violini, ma c’è almeno una traccia che merita l’ascolto svincolato dalle immagini: “anna and the scarred ghost”, che nel film è usata, appunto, quando la protagonista incontra la candidata al martirio con i chiodi in testa. una piccola citazione iniziale, forse involontaria, a koyaanisqatsi e poi il pezzo si sviluppa su accordoni orchestrali e giù tristezza a volontà (l’accordo ripetuto verso i 3:42 garantisce pianto). lodevolissima l’iniziativa di rendere disponibile la soundtrack gratuitamente dal sito internet, piuttosto che stamparne un cd che avrebbe venduto forse 200 copie, dandomi modo di assumere la mia dose quotidiana di audioumiliazione senza passare da soulseek. il resto della produzione del duo, di cui si trovano assaggi sul myspace, è più ritmato, suonato e cantato, e perciò evitabile, ma le colonne sonore (anche quella di eden log, più elettronica alla M83) belin meritano.


arrivare in ritardo (di 10 anni) fa sempre figo

19 Maggio 2009
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile).
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.
 
per sopportare la coda all’ufficio per l’impiego, ho comprato il numero nuovo di blow up. l’ultimo numero che avevo letto era dicembre 2005, e considerato che non ho altre fonti di informazione musicale cartacee né elettroniche, si può dire che il mio livello di aggiornamento sulle uscite del mercato discografico sia piuttosto scarso.
ho un rapporto di amore-odio per questa rivista, che porto avanti fin dall’uscita del primo numero in edicola (c’è anche una preistoria da fanzine che però ai tempi non seguivo). va da sé che i canoni estetici del direttore non coincidano coi miei, ma l’eterogeneità del materiale recensito la  qualifica come ottimo punto di partenza per approfondire numerosi percorsi, assecondando le mie ossessioni del momento.
altra qualità della rivista, nel bene e nel male, è quella di indicare quelle che sono le tendenze più fighette e i nomi più in vista della cosidetta scena indie: tutti i sommovimenti musicali più interessanti della nostra penisola e non, prima o poi avranno dedicato un articoletto, e quelli che riescono a starne fuori sono comunque stanabili dopo un paio di link via internet, partendo da quello che leggi su blow up.
quello che succede ora è che sta diventando figo il DIY, cioè la merda nella quale ho sguazzato per diversi anni, uscendone circa nel 2000, cioè 10 anni prima che diventasse un fenomeno cool. ciò mi rende creditore di diversi bocchini, perché oggi le etichette di cdr sono fighe, le etichette di cassette sono fighe, perché la gente non ha più in casa il mangiacassette ma solo l’ipod e quindi la cassettina di nastro magnetico con la copertina fatta a mano è diventata figa perché è retrò.
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inutile ricordare che nel 1997 erano gli sfigati a fare le cassettine e nel 2002 erano gli sfigati a fare le etichette cdr, perché erano i formati che costavano meno. oggi fare una cassettina costa di più che mettere in rete gli mp3, quindi le cassettine sono fighe, perché costano più degli mp3, e sono quindi un feticcio come prima poteva essere l’edizione in digipack, e fare le copertine a mano costa di più che farle con photoshop e stamparle a colori.
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile). è la differenza tra scelta e necessità.
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.

vivere in un vaso canopo

23 Aprile 2009

mementomoriSpesso non si pensa a quello che, quando moriremo, lasceremo a chi ci sta intorno. Di solito pensiamo alla nostra casa di proprietà, se ce l’abbiamo, ai mobili, all’argenteria e al gruzzoletto che abbiamo avuto cura di non spendere (le obbligazioni che scadono dopo di noi sono un esempio classico di calcolo errato). Raramente si pensa alle cose di scarso valore, ma irrimediabilmente, quando moriremo, lasceremo a metà rotoli di carta igienica, tubetti di dentifricio, pacchi di sale e di zucchero, pacchi da mezzo chilo o da un chilo di pasta. Potremmo andarcene col frigo mezzo pieno, e con qualche spazzolino in dispensa, ancora confezionato, che quando abbiamo comprato col 3×2 non pensavamo che ci sarebbe sopravvissuto. Se avete una famiglia, i vostri famigliari si occuperanno di smaltire la vostra ultima spesa, ma se non avete una famiglia, o una vera famiglia, qualcuno avrà cura di buttare la merce deperibile nel sacco della spazzatura che avevate riempito a metà e riutilizzare quella ancora buona. Se siete proprio senza eredi probabilmente andrà tutto all’asta o in beneficienza, ma sono casi piuttosto rari, e si parla comunque di confezioni integre, non certo lasciate a metà.
Un buon esercizio mentale è pensare a chi, all’occorrenza, si occuperà di farlo.
La persona alla quale ho finito i biscotti aperti e la bomboletta di schiuma da barba, probabilmente, non avrebbe mai pensato che sarei stato io a farlo, e forse non ha pensato neanche che qualcun altro avrebbe finito col lavarsi i capelli col suo shampoo. E chissà se, comprando il suo ultimo chilo di sale grosso avrà pensato, sentendo sul collo l’alito della mietitrice: “a questo non ci arrivo in fondo”.
Finire le confezioni aperte e lasciate a metà esula dal concetto di eredità in senso stretto, e pone, alla lontana, un piccolo problema morale. D’altra parte buttare tutto sarebbe uno spreco che l’estinto non avrebbe tollerato, credo, e comunque non lo tollero io, che dei due sono quello vivo.


non è bello ciò che è bello, è bello ciò che paghi

26 Febbraio 2009

Da vorace escursionista e possessore di GPS serie Etrex, attendevo da molto l’uscita delle famose carte topografiche della Garmin da caricare sul GPS per le nostre zone.
Come sappiamo, i GPS escursionistici Garmin sono usciti inizialmente con un corredo cartografico piuttosto scarso: le mappe disponibili erano infatti quelle automobilistiche, e solo le più nuove includevano le strade minori. La strada che porta a Vinca, ad esempio, è comparsa solo dalla penultima versione di Metroguide, quando si è arrivati alla “detailed coverage” anche per l’italia. I ritardi sono dovuti, penso, alla cartografia tecnica ufficiale italiana, affidata alle regioni, senza uno standard comune.
Le strade sono comunque l’ultima cosa che può interessare all’escursionista, che percorre per sua abitudine tracciati non carrozzabili, e le zone da lui battute apparivano sul GPS cartografico di un bel marroncino uniforme.
Se può sembrare idiota commercializzare un GPS cartografico senza poter fornire la cartografia, ancora più idiota appare chi, come me, ne ha comprato uno ed ha passato anni nella frustrazione di non poterlo usare mentre, tra l’altro, uscivano modelli più economici e con antenne più precise.
Riassumendo, fino ad oggi i GPS cartografici Garmin potevano mostrare sul display al massimo tutte le strade asfaltate E BASTA.
Tra i vari rimedi casalinghi escogitati dalla comunità per rendere utile l’inutile, il più brillante fu senz’altro il progetto iTopo20, grazie al quale si poteva almeno visualizzare un abbozzo di curve di livello, ricavate dai dati DEM pubblici, con cui era possibile orientarsi sovrapponendolo ad una mappa Garmin di strade asfaltate e a qualche punto di interesse (cime, passi, rifugi…) aggiunto a mano dall’utente la sera prima della gita.
Qualche immagine -cliccare per ingrandire- per capire di cosa stiamo parlando: qui un estratto della mappa cartacea Multigraphic che ogni apuanista conosce alla perfezione (la zona del Sagro):

multigraphic

che come tutti sanno non è che una versione con sentieri in evidenza della classica carta IGM 1:25000:

igmi

la zona in aerofotogrammetria (nota anche come “immagine satellitare”, peccato sia ottenuta con gli aerei):

ortofoto

ed ecco come la zona appare sul display di un GPS con sopra itopo20 (si noti l’assenza di… tutto):

itopo20

La frustrazione raggiunge il suo apice quando si scopre che esiste la Carta Tecnica Regionale 1:10000 della Toscana, ricavata dall’ortofoto riportata sopra e già in formato vettoriale (quello visualizzabile, con opportune trasformazioni, dai GPS Garmin), con una ricchezza di dettagli quasi perfetta:

ctrdwf

Il problema è che nessuno sembra aver mai adattato la CTR Toscana al formato Garmin, in quanto scaricabile dal sito in un formato (.dwf) che può essere “guardato ma non toccato”. Inoltre, mancherebbero, a ben vedere, i sentieri. Il livello dei sentieri nella CTR è rilevato con un metodo a me ignoto ma senz’altro errato, infatti isolandolo (cosa che qualcuno ha fatto, e si trova il file su internet), si ottiene un pasticcio assurdo di tracce morte, peraltro inesistenti nel mondo vero:

senttosc

La Regione, conscia di questo limite, nel 2005 incaricò il CAI di rilevare elettronicamente (leggi: con GPS in spalla e camminare) tutti i sentieri della Toscana, e ne ha fatto una bella sezione sul suo sito internet, come al solito consultabile ma non manipolabile. questo fu il risultato:

sentiericai

Appare a questo punto ovvio che la carta da GPS “perfetta” può essere fornita dalla Regione, integrando i dati della CTR (isoipse, corsi d’acqua, toponimi) con il layer sentieristico approvato CAI e venduta al miglior offerente. Il miglior offerente purtroppo non fu Garmin, ma Mynav (non ho immagini del risultato), e solo nel 2008 Garmin riesce ad adeguarsi uscendosene prima con una “Land Navigator” che non è né carne né pesce (riporta le isoipse e i rifugi, ma non i sentieri):

landnav

e infine la tanto strombazzata Trekmap, che come si vede alla precedente aggiunge isoipse più fitte (a 20m contro i 50 della Landnav), il famigerato layer dei sentieri del CAI rilevato nel 2005 e un’inutile pletora di punti di interesse speleologico:

trekmap

Per prima cosa, mentre appare chiaro da dove venga il livello dei sentieri (sul quale avrei comunque qualcosa da dire), è meno chiara la provenienza delle isoipse e dell’idrografia, che non è evidentemente la stessa della CTR, il che mi permette di sollevare qualche dubbio sulla sua accuratezza.
Poi, va bene che il catasto speleo è liberamente scaricabile, meno comprensibile la scelta di includerlo per intero in un prodotto non destinato esclusivamente a speleologi, a cui forse non interessa un cazzo dell’Abisso Paperoga e del Pozzetto Renato (sic!): i punti di interesse speleologico sono già disponibili su internet come comoda raccolta di POI (simile a quella degli autovelox), ed ogni speleologo sa come integrarlo sul suo GPS. Se fossi uno che pensa male, penserei a un modo per riempire di dati (inutili) una mappa che manca totalmente di veri punti di interesse escursionistico (vedi Case Walton, Capanne del Sagro o, semplicemente, TUTTE LE CAVE…).
La scelta di segnare solo le vette principali (nel nostro esempio Sagro, Borla e Maggiore) e non le antecime (Spallone, Faggiola) mi fa cagare: se c’è il Pozzetto Renato, ci voglio anche la cima dello Spallone, diosfaccimma, e le coordinate di tutte le cime apuane segnate sulla CTR sono scaricabili liberamente da internet, non è che Garmin si rovina. Se volessi pensare male, penserei ad un progetto di obsolescenza programmata sfacciata.
I passi? no dico, le selle, i callari, tutte quelle cose importanti per chi cammina? Forse l’Abisso Paperoga è più imortante di Foce di Pianza?
Potrei continuare parlando della mancanza del rifugio Conti, o della scelta di segnare i sentieri con una linea nera di un pixel che non si distingue dalle curve di livello, ma credo che il concetto che volevo far passare è passato: se come me trovate una Trekmap per strada caduta da un camion installatela e divertitevi usandola come carta base, ma se avete intenzione di spenderci 90 euro aspettate almeno la versione 28.0.


you know you’re a ’scope freak when…

19 Gennaio 2009

…qualcuno ti regala un peluche di escherichia coli!

ecoli


epilessia, gioia mia

7 Gennaio 2009

chaosDavvero non riesco a spiegarmi come ci sia gente che gioca ancora con la Xbox, quando fin dal 1992 possono avere il Videogame Definitivo del Bojacristo.
Il mio primo incontro con Spheres of Chaos avvenne nel 2002, quando a Essen feci l’ingresso nella caotica stanza di un punk vegano dall’encefalo lacerato dalla dipendenza dal gioco trovandolo intento a sparare ad asteroidi floreali, e capii subito quel che dovevo fare. Non aveva alcuna voglia di staccarsi dal monitor per ascoltarmi, ma dopo estenuanti trattative in lingua franca lo convinsi a spedirmi per email lo zip (300 kb) con relativo crack. Apprendere oggi, dopo 6 anni di convulsioni, che l’autore l’ha licenziato freeware, mentre ne sviluppa una versione ancora più stripposa, è insieme una gioia e una preoccupazione.
Questo asteroids ridisegnato in chiave lisergica, assordante nonostante l’assenza di colonna sonora, accecante nonostante il giocatore sia rappresentato da un cursore immobile al centro dello schermo, è la madre di tutte le droghe: crea dipendenza psicologica, isola dalla famiglia, provoca dolorose emicranie, superate le quali apre le porte a sessioni infinite che terminano, spesso, dopo il giocatore. Spheres of Chaos è un pericolo per i nostri giovani, e per chiunque, spinto da emulazione o semplice curiosità, gli si avvicini anche solo per un’assunzione occasionale.

Tips and tricks:
- Le impostazioni di default sono già insopportabili di per sé, ma il ricco menù di opzioni visuali permette esperienza psichedeliche sempre nuove e sempre più estenuanti.
- Aumentando fino a circa il 10% la frequenza con la quale i nemici rilasciano bonus si arriva presto ad una modalità di “gioco” in cui basta tenere premuto il tasto per sparare e i livelli si autosuperano, le vite si moltiplicano, e la mente è libera di friggere.