Per un approccio autistico alla scena elettronica contemporanea

26 gennaio 2004

L’evoluzione dei processori e del software legato alla produzione e alla manipolazione audio sta rapidamente avvicinando l’artificiale al natuarle e viceversa: si sentono sempre meno voci, tra i professionisti, parlare dell’inimitabile calore che dovrebbero avere le valvole, della resa del nastro magnetico rispetto all’hard disc, della registrazione elettrica sulla quale Steve Albini ha costruito la propria fortuna. Per quelli che ancora non fossero soddisfatti del sintetico, esistono librerie di campionamenti coltivati secondo tradizione e software sempre più sofisticati che aggiungono fruscio, distorsione, imperfezioni ai suoni sintetici per avvicinarli al naturale, capovolgendo la funzione che hanno avuto fino ad oggi, cioé quella di togliere le stesse imperfezioni dai suoni naturali per purificarli avvicinandoli così all’idea nella mente dell’artista. Il fattore umano, il tocco, il calore, il sentimento, sono definiti in una specifica serie di parametri controllabili a piacimento partendo da valori di default. L’umanizzazione del suono prende sempre più l’aspetto di insozzatura, aggiunta di imperfezioni inutili che rendono la cosa più umana semplicemente perché l’uomo non sarebbe in grado di suonarla con le proprie mani così come l’ha pensata. Il musicista, che ora potrebbe avere la sua cosa perfetta, preferisce lasciare il filtro tra la sua opera e il mondo delle idee sporcandola, mettendoci dell’umano dentro, una parvenza di manualità e di artigianeria, nascondendo l’essenza matematica, e quindi oltre-umana, della musica stessa. È infame che i sintetizzatori abbiano tentato per decenni di riprodurre il suono di un pianoforte vero quando sanno fare così bene una perfetta onda sinusoidale, è infame che la musica elettronica si sia sempre basata su suoni di casse e rullanti imitati in fin dei conti da casse vere e rullanti veri, strumenti propri del nostro medioevo comunale e degli aborigeni. La tecnologia sta almeno aiutando il musicista a superare il complesso del dj da cameretta, quello di non riuscire a riprodurre la musica “come se fosse suonata” tralasciando il vero problema, cioé di riprodurla come dovrebbe essere in sé. Presto la riproduzione sarà perfetta e alla portata di tutti, chiunque potrà incidere composizioni per orchestra, per jazz ensembles, per pianoforte e per gruppi punk senza mai doversi sporcare le mani venendo a patti col mondo e le sue sporche leggi della fisica del suono. Oltreché, naturalmente, le sue sporche leggi del costo in euro degli amplificatori valvolari, dei compagni di gruppo che perdono l’autobus e del bisogno di un diploma di conservatorio per poter dirigere un quartetto d’archi ed imporgli di suonare le proprie composizioni. Il problema di questa fase di passaggio è nel suo generare isteria e feticismo del nuovo, nella rincorsa, anno dopo anno, non più tanto della perfezione quanto della facilità di ottenerla, della compattezza degli strumenti e delle loro interfacce, nella frustrazione di vedere il prezzo di uno strumento costato mesi di stipendio dimezzarsi ogni anno. Così viene abbandonato l’approccio musicale alla musica, e l’artista si riconosce non più per il suo prodotto, ma per la propria competenza nel padroneggiare la terminologia specialistica del manuale d’uso dell’ultima workstation, campionatore, filtro. Questo stato di cose genera una serie di interessanti conseguenze: l’approccio alla musica contemporanea si slega dai risultati, dalle registrazioni, dai dischi. I prodotti finiti non esistono più, o meglio sono completamente irrilevanti per la comprensione dello stato dell’arte: l’essenza risiede nel cazzeggio improvvisato col proprio strumento elettronico o software preferito. Un’analisi seria della musica contemporanea dovrebbe prescindere da qualsiasi supporto di riproduzione audio e concentrarsi sulla ricerca diretta, sul campo, antropologica dei nuovi talenti del music gear, che non registrano mai niente, impegnati come sono ad imparare le funzioni dei loro strumenti sempre nuovi e concentrandosi coi suoni da essi prodotti per ore e ore ogni giorno, per trovare una perfezione che non verrà mai fissata. L’ultima evoluzione tecnologica ha riportato così la musica al suo stadio più antico, quando non esistevano né registratori, né registrazioni né notazioni per la musica, e la conoscenza della stessa era possibile solo dal vivo, e la ricostruzione impossibile se non affidandosi alla propria memoria. Il funerale della notazione musicale su pentagramma è stato celebrato da tempo: i nostri gruppi rock ne hanno a che fare solo al momento di registrare le proprie composizioni alla siae, organo passatista e conservatore per definizione, gli artisti elettronici affidano tempo, durata e intensità a valori determinati intuitivamente e memorizzati in automatico, la cui trascrizione su carta sarebbe ridicola oltre che inutile (vorrei proprio vederla una partitura degli Autechre). A questo punto dovremmo augurarci di poter assistere alla fine di questa fase degenere della musica iniziata con la notazione musicale e cronicizzatasi con l’invenzione delle schede forate per pianoforte automatico, del grammofono e dei supporti per l’audioriproduzione che l’hanno seguito. La notazione e la registrazione sono la resa dell’uomo davanti all’artificio da lui stesso creato: scrivere una melodia per non dimenticarla è ammettere i limiti della propria capacità mnemonica, è anche un’offesa alla melodia stessa, che non ha abbastanza presa per bastare a sé stessa, per esaurirsi in sé stessa, per essere ricordata com’era da viva. La riproduzione e la diffusione sono fenomeni virali, da studiarsi con gli strumenti dell’epidemiologia, la registrazione è la rievocazione di un defunto e l’ammissione della propria inferiorità rispetto alla performance, non più riproducibile e quindi registrata. Tutte le obiezioni alla registrazione, già sollevate ai tempi del grammofono ma poi abbandonate per concentrarsi ottusamente sull’alta fedeltà ed aggirare così il problema, vanno estese anche alla stessa notazione, e il dibattito torna attuale. Notazione e registrazione non possono sostituire la musica meglio di quanto il nome e la foto su una tomba sostituiscano la persona viva. Salutiamo quindi con favore questo apparente ritorno alla vita del suono in diretta, che non va confuso con l’improvvisazione, che è registrabile e pure notabile, anche se solo post mortem, ed è quindi peggio ancora. Lo andremo a cercare spiando nelle camerette e negli studioli casalinghi, lo percepiremo debole attraversando i cortili dei caseggiati o dalle cuffiette di un compagno di viaggio in treno che traffica col suo computer portatile. E dopo, quando la tecnologia si sarà evoluta abbastanza, perderemo questo momento magico in cui l’incapacità degli utenti di fronte ai limiti di strumenti perfetti ma non ancora sufficientemente user friendly genera sperimentazione viva, fertile e soprattutto orgogliosamente autistica.

[NDR: articolo ispirato da questa conversazione originariamente apparso su una qualche webzine nazionale, di cui oggi non si trova traccia]

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recensioni per succoacido

25 gennaio 2004

dovesse interessare a qualcuno, raccolgo qui in un unico pdf le recensioni di dischi che scrissi per succoacido (versione cartacea o web) tra il 2003 e il 2004, parte delle quali già mirrorizzate a loro tempo sul povittero.


crac succoacido

24 gennaio 2004

LETTERA APERTA A MARC DE DIEUX

o direttore, mio direttore,

voglio scrivere in risposta al suo appello apparso sulla homepage di succoacido.it qualcosa di più serio ed argomentato (ma forse simile nella sostanza, vedremo) delle due righe scherzose che già le ho inviato in forma privata. conti pure questa mia tra i tre-seicento consensi che sta aspettando dal sottobosco artistico, anche se forse si stava aspettando consensi di tutt’altra natura. ma è vita questa?

succoacido è stato il parto aberrante di una mente aberrante: l’idea di stampare 5mila copie di tasca propria, recuperando con la pubblicità una davvero minima parte delle spese folli sostenute per la stampa, e distribuirle gratuitamente in tutta italia fu un’idea strampalata, antimilanese, donchisciottesca ed eroica, ma destinata al fallimento. anzi fu eroica proprio in quanto consapevolmente fallimentare, è infatti tipica caratteristica dell’eroe battersi da solo contro cento ed uscirne sconfitti. ma è vita questa?

ciò ha costretto succoacido ad annaspare per anni: i numeri uscivano, ma dietro si vedeva crescere una continua richiesta ai lettori di abbonamenti e pubblicità, forme di finanziamento con l’obiettivo di mantenere la fatidica dicitura “gratis” sulla copertina, dall’altra parte si voleva mantenere anche il carattere indipendente, ma davvero, ma da tutto, anche da se stessi, della fanza. una pubblicazione senza alcuna linea editoriale, dove chi scriveva poteva scrivere tutto ciò che voleva fino ad infrangere anche il tabù dei tabù: stroncare nelle recensioni dischi di potenziali o addirittura di ex-inserzionisti. tutto questo, insieme al rifiuto di cercare forme di finanziamento pubblico, ha contribuito alla prevedibile bancarotta che deve ora fronteggiare. ma è vita questa?

che cosa pensava? che col tempo la genuinità e la coerenza etica avrebbero premiato, facendo della fanza un centro di attrazione importante perchè davvero imparziale, e si sarebbero moltiplicati abbonati sostenitori e inserzionisti? magari fino al punto di potersi permettere di aumentare le pagine, o di stamparne alcune in quadricromia? quanto davvero pensava di poter andare avanti così? ma è vita questa?

con la carta e non coi pixel si entra nella storia dell’editoria, questo forse è vero: c’è quel codicillo ISBN che dà l’agognata ufficialità, il poter dire che si è fatto qualcosa, e a provarlo c’è il codicillo ISBN, ma a che prezzo? la bancarotta. sono d’accordo sulla bellezza della carta, il bianco e nero, l’odore, l’archiviabilità, ma suvvia: il sito internet è quasi gratis, è estensibile infinitamente, è tutto a colori, si fa davvero quel che si vuole senza doversi umiliare a chiedere sostegni ogni mese. ne vale la pena, per l’odore della carta, di subire tutto questo? ma è vita questa?

i precedenti che mi ricordo sono freakout e jammai. entrambi chiusi, mi pare, per le stesse ragioni, nonostante quelli un minimo di linea editoriale (e forse qualche compromesso) ce l’avessero pure. ce l’avrebbe fatta succoacido? no. ora l’unica rivista cartacea vagamente musicale che trovo in giro si chiama ‘uscita di sicurezza’, c’è solo dalle mie parti: pubblicità di dischi major, interviste assurde ai subsonica, recensioni striminzite scritte da analfabeti, foto a colori di kylie minogue, su carta patinata, in copertina. pubblicità delle birrerie e delle osterie della liguria per il restante 80% della rivista, distribuita poi nelle stesse osterie. mi pare anche di aver parlato con un tizio che ci scrive sopra, ma forse l’ho solo sognato, che mi diceva che proprio grazie a tutta quella pubblicità lui riusciva a scrivere la sua mezza colonnina di recensioni di demo e di parlarne schiettamente, magari poteva pure stroncarne un paio. ma è vita questa?

chiunque vede una pila di succoacido in un negozio di dischi, immediatamente pensa ad ‘uscita di sicurezza’. ma è pure in bianco e nero, e non c’è kylie minogue in copertina. pensava di spuntarla su kylie minogue? le pile di succoacido hanno riempito per anni gli angoli bui dei banconi dei negozi di dischi insieme ai volantini delle discoteche e ad ‘uscita di sicurezza’, senza essere presi o letti da nessuno, hanno riempito i bidoni dell’immondizia, sono stati strappati per usare la carta per annotarsi il numero di cellulare di qualche figa. questa è la fine che fa la carta, non va nelle biblioteche. di 5mila copie per ogni numero, mi sorprenderei se sapessi che 100 sono state lette o almeno sfogliate. ma è vita questa?

e veniamo a http://www.succoacido.it. si può permettere di uscire in 3 lingue, di essere a colori, si può scrivere articoli infinitamente lunghi, interviste che vanno avanti per dozzine di pagine, si possono dedicare 20mila parole alla recensione di un demo uscito in 20 copie. chi legge può partecipare al forum e scambiare opinioni con chi scrive o con altri lettori, chi scrive non si preoccupa di scrivere cose abbastanza corte da poter essere pubblicate, non si autocastra, non si autocensura. e soprattutto chi visita il sito lo fa per leggere, e per genuino interesse alle cose che in esso vengono trattate: sulle pagine virtuali di un sito internet non si possono annotare numeri di cellulare di fighe e, particolare non trascurabile, le spese sono irrisorie. questa, sì, sarebbe vita.

per questo non capisco e non condivido la sua prospettiva di chiudere sia il sito che la rivista in carta, come se il fatto che per farla occorre del denaro ne nobilitasse in qualche modo i contenuti, e che un sito internet lo può fare chiunque. noi siamo chiunque, e sui contenuti giudichino i lettori. il discorso delle tante copie e della stampa è lo stesso dei complessini alle prime armi che investono sulla confezione e sul numero di copie stampate per supplire a carenze di talento e dare una parvenza di professionalità al prodotto. in questi anni, caro direttore, è riuscito a raccogliere una bella congrega di firme, che rischiano così di sparpagliarsi chissà dove, o molto più probabilmente di smettere di scrivere. questo sarebbe un delitto. muoia la carta, viva il sito.

[[[e se proprio non vogliamo rinunciare alla carta (qui la proposta) si pubblichi, una volta all’anno o anche meglio una volta ogni due, un bel digest di 100 pagine, ma a pagamento, con una retrospettiva di tutti gli articoli e le interviste apparsi sul sito, senza le recensioni però, che quelle invecchiando diventano presto inutili.]]]

baciamo la mano,

Onq


non succede nulla

18 gennaio 2004

(da famiglia cristiana riceviamo e, per coerenza, pubblichiamo):

MIO FIGLIO VUOLE SPOSARSI CIVILMENTE. PER COERENZA:

Siamo una coppia di cattolici osservanti (all’epoca del matrimonio eravamo presidenti di Azione Cattolica). I nostri ragazzi sono cresciuti con tutti i crismi: catechismo, riunioni, campeggi, scuole di formazione … Uno di loro, però, si è allontanato dalla Chiesa, sostenendo d’essere ancora credente. E ora ci annuncia di volersi sposare ivilmente, “per coerenza”. Le dirò che non ci ha colpito tanto il matrimonio civile- è comunque, una porta aperta per il futuro- quanto quella frase: “coerenza”. Ha forse perso l’ultimo treno? Non mi dica di sperare in un miracolo: ho dei parenti “santi”, che hanno fatto di tutto per i figli, mentre questi non credenti invecchiano e non succede nulla. Come potrà un genitore essere felice in paradiso, mentre il figlio è condannato all’inferno? E’ il trionfo dell’egoismo sull’amore?

Rosario di Catania