cartine, coniglietti e tartarughine

24 febbraio 2010

Trovarsi a mappare un mondo che l’ha trattato male offre al cartografo frustrato l’occasione di una piccola vendetta. La storia delle libertà che i cartografi si prendono nei confronti del territorio che sono chiamati a rappresentare in modo “ridotto, simbolico e approssimato” è lunga e piena di curiosi aneddoti. Si va dagli americani che in tempi di guerra fredda introducevano deliberatamente errori di proporzioni e distanze tra le loro città per confondere l’eventuale invasore russo, ai cartografi un po’ egotici* che davano il proprio nome a montagne, valli e località più o meno esistenti.
Il sogno di Ahmadinejad di “cancellare Israele dalle carte geografiche” è nei fatti già realizzato: è risaputo che i committenti arabi pagano per avere mappamondi che ne sono privi. Ma se i confini politici possono essere più o meno un’opinione, non si può dire altrettanto per dettagli fisici nelle mappe a media e grande scala.
Piccoli particolari come nomi storpiati, stradine secondarie, anse di fiumi e località inesistenti sono sempre stati aggiunti dai cartografi per smascherare eventuali plagiatori, e venivano chiamati “bunnies” dal nome del giochino che pare andasse in voga sui loro vecchi giornaletti in cui il lettore veniva sfidato a trovare il coniglio in un disegno stipato di dettagli.
Nel caso di Agloe, nome fittizio dato a una località in mezzo al nulla, si è realizzato il paradosso del cartografo birbante: quando lì vennero costruiti i primi edifici, la località prese proprio il nome di Agloe, originariamente un acronimo dei tizi che avevano disegnato la cartina.
Da quando qualche sentenza sancì, almeno negli Stati Uniti, l’inutilità dei “coniglietti” in questioni riguardanti il copyright** le città di carta resistono unicamente come vezzo o firma del cartografo, come succede qualche volta con le easter eggs nel software. C’è stato il caso di una tartarughina di buon auspicio aggiunta sulla casa di un geometra che aveva fornito ai cartografi rilievi particolarmente accurati.
Per quanto mi riguarda, se mai dovessi fare una cartina, i miei conoscenti saranno ricompensati con la propria casa arricchita di un’ala, o inquietantemente cancellata, a seconda di come si sono comportati con me.

* a loro discolpa voglio che il lettore provi a immaginare quanto solitario, monotono e umiliante possa essere stato il lavoro del cartografo in epoca pre-digitale.

** pare invece che in Gran Bretagna se ne faccia vasto e proficuo uso


un eroe dei giorni nostri

22 febbraio 2010

Non ho mai mangiato carne di gatto, e non mi fido del giudizio di Bigazzi sulla squisitezza delle pietanze, perché per Bigazzi qualunque cosa è squisita, dai frutti della terra più ripugnanti e lepegosi, alle frattaglie e le cervella e gli intestini colmi di merda degli animali morti.
Tuttavia non mi pare una gran rivelazione che la carne di gatto, in tempi di fame, possa lasciarsi mangiare con piacere. Se la situazione è quella di cacciare passerotti, bollire l’erba e interrogarsi sull’opportunità di sacrificare il figlio più debole per sfamare gli altri 8, è assai probabile che cani e gatti vengano visti come una leccornia.
Anche al di là della fame, se qualcuno mi cucina un gattino e me lo presenta con le patatine, lo mangio molto più volentieri di un cachi, per dire.
La solita cricca di isterici succhiacazzi che sterminerebbero l’umanità per salvare un gattino qualsiasi, e che ordinano il mondo in una piramide valoriale al cui vertice stanno gattini e cagnolini, poi le fochine e altri animali carini, poi i cristiani e infine la carne che mangiano, in base ad un criterio di carineria non del tutto chiaro (mi sembra che i cavalli siano molto più carini dello spaniel giapponese, per dirne uno), tanto hanno detto e tanto hanno fatto che il vecchio Bigazzi ha dovuto trovare un nuovo lavoro.


Lo scandalo risiederebbe non tanto nell’aver ammesso di aver mangiato gatti in tempi di magra, ma nell’averli definiti “una delizia” ed aver fornito la ricetta. In realtà Bigazzi non fornisce alcuna ricetta, ma ricorda semplicemente che la carne veniva lasciata frollare per un paio di giorni nel fiume, prima di essere consumata (il che è normale anche per il pollo, e per qualunque altro tipo di animale morto).
In un mondo dove non passa giorno senza un servizio sui cagnolini al telegiornale, Bigazzi ha sfidato un tabù peggio del cannibalismo: affermare che comunque, anche gli animali da compagnia restano animali che possono, in caso, essere cucinati. Ho conosciuto un tizio che ricordava con amarezza di aver mangiato il proprio cane durante un periodo di carestia. Non è una cosa piacevole, ma non ho davvero voluto biasimarlo per non essere morto di fame. Mi piacerebbe chiudere uno di questi animalisti da salotto per due mesi in una cella insieme al proprio cane, un set di coltelli da cucina e un barbecue, e tornargli a chiedere, dopo il trattamento, se ancora hanno qualcosa da dire su Bigazzi.
La solidarietà del Fungo Mauto va tutta al buon Bigazzi, con l’augurio di un immediato reintegro e le scuse ufficiali della dirigenza RAI. Oltre alla rimozione dei gattini e dei cagnolini del cazzo dal telegiornale.


l’atlante definitivo (update)

2 febbraio 2010

A proposito di atlante definitivo, curiosando su Google Maps spinto dal commento al mio precedente post, ho scoperto con una certa sorpresa che il furgone di Google Streetview è passato sotto casa mia e ha fotografato, nell’ordine, la mia finestra aperta sul nero:

la mia bici:

la mia (vecchia) macchina:

Sospetto, tra l’altro, che questo Google porti sfiga: poco dopo questi scatti la macchina si è irrimediabilmente rotta, e l’ho fatta rottamare restando a piedi, e un negro mi ha sifonato la ruota posteriore della bici. Fortunatamente, la casa non è ancora andata in fiamme.


l’atlante definitivo

1 febbraio 2010

Mi è tornato in mente da qualche giorno il concetto di mappa 1:1 di cui avevo letto da qualche parte. Ho interrogato il mio tassonomo di citazioni di fiducia, che mi ha fatto sapere che il concetto, originariamente nato come una delle mille cazzate di Lewis Carroll, è stato ripreso mezzo secolo dopo da Borges. Ecco i due passaggi (non mi pare che serva la traduzione per nessuno):

“What a useful thing a pocket-map is!” I remarked.
“That’s another thing we’ve learned from your Nation,” said Mein Herr, “map-making. But we’ve carried it much further than you. What do you consider the largest map that would be really useful?”
“About six inches to the mile.”
“Only six inches!” exclaimed Mein Herr. “We very soon got to six yards to the mile. Then we tried a hundred yards to the mile. And then came the grandest idea of all! We actually made a map of the country, on the scale of a mile to the mile!”
“Have you used it much?” I enquired.
“It has never been spread out, yet,” said Mein Herr: “the farmers objected: they said it would cover the whole country, and shut out the sunlight! So we now use the country itself, as its own map, and I assure you it does nearly as well.

Lewis Carroll, Sylvie and Bruno Concluded, 1893.

En aquel Imperio, el Arte de la Cartografía logró tal Perfección que el Mapa de una sola Provincia ocupaba toda una Ciudad, y el Mapa del Imperio, toda una Provincia. Con el tiempo, estos Mapas Desmesurados no satisficieron y los Colegios de Cartógrafos levantaron un Mapa del Imperio, que tenía el Tamaño del Imperio y coincidía puntualmente con él. Menos Adictas al Estudio de la Cartografía, las Generaciones Siguientes entendieron que ese dilatado Mapa era Inútil y no sin Impiedad lo entregaron a las Inclemencias del Sol y los Inviernos. En los Desiertos del Oeste perduran despedazadas Ruinas del Mapa, habitadas por Animales y por Mendigos; en todo el País no hay otra reliquia de las Disciplinas Geográficas.

Jorge Luis Borges, Del rigor en la ciencia, 1946

Osserviamo che per il protagonista di Carroll la massima scala che abbia qualche utilità è six inches to a mile che equivale all’incirca al nostro 1:10000. Stiamo parlando di pocket maps, quindi di mappe per viaggiatori, non carte tecniche o catastali per usi speciali, quindi sono sostanzialmente d’accordo. Si consideri anche che probabilmente ai tempi dello scritto la densità di strade ed edifici era molto inferiore, e che quindi la scala 1:10000 poteva avere la stessa funzione della nostra 1:5000*.
Ma veniamo alla scala 1:1, ed estendiamola all’intero mondo: la superficie terrestre è di circa 510 milioni di chilometri quadrati, ma la rappresentazione su un singolo foglio di carta richiederebbe uno spazio ben maggiore, per via della proiezione adottata, che irrimediabilmente lascerebbe molti spazi bianchi.

Piegare la carta a fisarmonica creerebbe inoltre una serie di problemi, in particolare, rovinerebbe i bordi. Per questo io propenderei per il formato-atlante, che oltre ad evitare le seccature del piegamento e spiegamento (con i noti problemi di copertura della luce solare sollevati dagli agricoltori di Carroll), presenterebbe il vantaggio di poter adottare, per ogni pagina, la proiezione più adatta, evitando quindi gli spazi bianchi della proiezione globale. Dirò di più: poiché la superficie terrestre è localmente approssimabile come piatta (dove per localmente intendiamo le dimensioni di un foglio A3) potremmo anche evitare del tutto di adottare una proiezione cartografica, limitandoci a ricalcare il territorio.
L’unico problema sarebbero le dimensioni dell’atlante. Per un lavoro più snello, potremmo rappresentare solo le terre emerse, che ammontano ad un 29,2% del totale, quindi diciamo 150 milioni di km quadrati. Ipotizziamo un atlante massiccio, con pagine di un metro quadrato l’una, sarebbero un milione di tavole per Kmq, quindi 150 milioni di milioni di tavole. Stampando le pagine fronte/retro, siamo sui 75.000.000.000.000 di pagine. Non eccederei le 1000 pagine per volume, per questioni di consultabilità, arriviamo quindi a un atlante in 75 miliardi di volumi. Con carta abbastanza sottile ma non troppo fragile, si potrebbe arrivare a 10 cm di spessore per ogni volume, quindi con 10 volumi al metro cubo avremmo bisogno di un archivio della capacità di 7,5 miliardi di metri cubi. Lo stato dell’arte dell’archiviazione è il modello “high density storage facility” usato negli Stati Uniti dalla Library of Congress per il suo archivio a Fort Meade, capace di contenere 3500 metri cubi di libri in un edificio 1100 metri quadrati. Servirebbero oltre due milioni di questi edifici, per un totale di 2300 kmq, l’atlante definitivo potrebbe stare in un’area dell’estensione della provincia di Reggio Emilia, dedicandola a questo nobile scopo con buona pace dei suoi abitanti, che andrebbero deportati**.
Fortunatamente, abbiamo Google Earth: le foto aeree arrivano al dettaglio di un pixel al metro quadrato, avremmo bisogno di risoluzioni circa 100mila volte superiori per stampare porzioni di territorio in scala 1:1 con qualità decente, ma c’è anche la google street view, che usa fotografie fatte a terra, e le foto degli utenti, la cui risoluzione può benissimo superare l’1:1 se le fanno col macro, e i modelli digitalizzati vettoriali.
Se rinunciamo al formato cartaceo, Google ci può dare l’Atlante Definitivo in una decina di anni.

* per la Regione Liguria, in effetti la carta tecnica 1:5000 e la 1:10000 sono uguali
** domenica scorsa sono stato al Cerreto a fare una camminata, al ritorno sono stato al bar sul Passo, ho aperto la Gazzetta di Reggio a una pagina a caso, ci ho trovato una foto di Jukka Reverberi.