mediocrity killed the cat

18 dicembre 2012

tommasiPeriodicamente, partecipo a qualche concorso pubblico: è gratis, e mi permette di fare un bel bagno nel dramma della disoccupazione giovanile, aggiorna le mie sensazioni sul problema, mi rende lucido sulla complessa realtà del nostro paese, e mi fa apprezzare quel poco che ho ottenuto io.
I miei più affezionati lettori ricorderanno la mia cronaca di un concorso per bibliotecari sul Flauto Mauto (in pieno stile mauto, il post si chiamava “la signorina troppi cazzi nel culo”).
Questa volta sono stato al famigerato concorsone per docenti, una specie di sorpresa da parte del Ministero, un discusso e chiacchierato livellatore di competenze che scavalca ogni cazzata imbastita negli ultimi anni per ritardare l’ingresso degli insegnanti nella scuola. Chi ha investito nelle SSIS si vede superato da neolaureati rampanti, chi ha alle spalle una vita di supplenze si ritrova in gara con pizzaioli che 10 anni fa si sono laureati in qualcosa e non si ricordano neanche in cosa. Io, che ho il mio lavoretto tranquillo, sono andato ad eliminare dalla graduatoria qualche aspirante maestrina che da 20 anni si girava i pollici aspettando il concorsone.
Ieri c’era il Terribile Quiz. Il Terribile Quiz era uno sbarramento per eliminare dall’agone il massimo numero di miserabili, per limitare gli ovvi problemi organizzativi derivanti dal correggere decine di migliaia di scritti in dialetto e sentire decine di migliaia di balbettamenti orali. Va da sé che questo, ai miserabili, non va giù. Fioccheranno ricorsi, patetiche giustificazioni per assenze, polemiche infinite sul contenuto dei quiz. E’ la triste natura degli italiani: tutti hanno una scusa, tutti hanno caratteristiche uniche e preziosissime che sta allo Stato, e non a loro, valorizzare. Per questo stanno seduti col sombrero in testa e aspettano che lo Stato gli passi davanti e si accorga di loro. Certe sparate dei vari ministri (i ragazzi “choosy”, i “bamboccioni” ecc…) sono pienamente, totalmente giustificate.
Vediamolo, questo quiz: 50 minuti per 50 domande a risposta multipla di logica elementare (banali serie numeriche da completare, infantili relazioni di insiemi, ridicole frasette), con una piccola percentuale di domande “informatiche” alla portata di chiunque sia in grado di aprirsi un account Facebook e di lingua straniera (queste ultime, giustamente, un po’ bastarde). Tenuto conto della banalità delle domande, il test avrebbe potuto diventare interessante con un tempo limite di 20 minuti, specie considerando che chi si sentiva un po’ debole in queste cose (cioè un cretino) aveva comunque la possibilità di prepararsi, visto che il MIUR ha pensato bene di pubblicare con un mese di anticipo tutte le domande e tutte le risposte. Ma con 50 minuti di tempo, che sottocategoria di rumenta umana potrebbe non passare il quiz? Evidentemente il Ministero conosce i suoi polli, perché anche così il Terribile Quiz ha falciato i due terzi dei candidati. DUE TERZI! E parliamo di DECINE di MIGLIAIA di LAUREATI.
Il dato ci fa riflettere. Innanzi tutto sulla decadenza del valore della laurea in Italia: la laurea non vale più niente non perché ce l’hanno tutti, ma perché viene data a tutti. Nessuno, nemmeno lo Stato, si fida più di un titolo che vale, ormai, meno della simil-pergamena su cui è stampato, per non dire meno della merda. Per correggere questa anomalia viene in aiuto il quiz. Si obietta che chi va a insegnare storia non debba saperne di matematica, che chi vuole insegnare filosofia non deve saperne di teoria degli insiemi: cazzate. Completare una serie numerica basata su semplici addizioni non è matematica, e capire che “banane” è un sottoinsieme di “frutta” non è teoria degli insiemi. Il quiz misura semplicemente l’abilità o meno di restare concentrati per mezz’oretta, la capacità di poter ragionare logicamente anche sotto stress e in condizioni di scarsità di tempo. Non la chiamerei neanche intelligenza: è proprio un livello basilare di attenzione, quello che hai se non sei totalmente annebbiato dalla droga. E sì, è una dote che un insegnante dovrebbe avere, anche se insegna storia.
Io l’università l’ho fatta già in tempi di piena decadenza, già non si imparava un cazzo, ma proprio grazie alla totale disorganizzazione dei corsi, delle biblioteche, della segreteria e delle facoltà, eri costretto ad arrangiarti in condizioni di scarsità di tempo: le sessioni di esame che arrivavano tutte insieme, e ti costringevano a dare 4 esami tutti nella stessa settimana per non perdere l’appello (quello successivo era dopo 6 mesi), i libri introvabili, gli orari di ricevimento slalomistici, le sedi a chilometri di distanza, gli orari delle lezioni distribuiti in modo peggio che casuale, mi dicevo, forse non sto imparando un cazzo, ma imparo a cavarmela nella burocrazia, e mi do una svegliata rispetto alla pappa pronta che avevo al liceo. Un po’ come si diceva del militare ai tempi della leva obbligatoria: nessuno pensava davvero che si imparasse a combattere, ma almeno imparavi a rifarti il letto, a pulire il cesso e a mangiare le schifezze, ed eri pronto a sposarti.
E visto che siamo in argomento misoginia, per la cronaca: le proporzioni dei falciati sono state le medesime nella mia batteria di quiz (circa 2/3 a casa), e gli unici due uomini presenti hanno ottenuto i due migliori punteggi. Sarei curioso di vedere le statistiche italiane, divise per regione e per sesso. Parliamone, anche di queste “dottoresse” che ingrassano i dati delle pari opportunità, che le donne si laureano di più, che sono più brave, le nostre umaniste. Forse in 5 anni riescono ad imbastire una buona tesi compilativa in 14 volumi su qualche vetusta cazzata, mentre magari gli uomini danno ancora una qualche importanza al lavoro, ma davanti a un orologio che fa tictac non riescono a ricopiare YGRF3GF8487F senza fare errori. E avrei potuto dare il risultato anche senza test, basta guardarle in faccia: le più brutte sono anche le più stupide.


il volontariato è il cancro della società contemporanea

5 ottobre 2012

Da qualche tempo si è fatta strada in me la consapevolezza che uno dei primi e più gravi mali che dovremmo impegnarci ad estirpare da questa società malata è, come si evince dal titolo, il volontariato.
Nessuno sa di preciso cosa sia, né quali siano i suoi confini, ma coloro che amano definirsi “volontari”, siano essi irreggimentati in cooperative, onlus, associazioni e partiti, o cani sciolti che si annidano tra noi, mimetizzandosi tra professionisti in uffici e negozi come stagisti, stanno erodendo le fondamenta del mondo civile.
Questi personaggi incomprensibili che riescono a vivere di creste sui rimborsi, di note spese truccate, di gadget per clienti, di autocompiacimento, di pacche sulle spalle, di divise colorate, di merce danneggiata, di righe sul curriculum, di sorrisi e riconoscenza sollevano diversi interrogativi.
Di cosa si nutrono? Dove vanno a dormire? Come pagano l’affitto? Come riescono a riprodursi così velocemente?
E soprattutto, da dove viene la loro sete di autodistruzione? Essi si reggono su un sistema che stanno cannibalizzando e che crollerà insieme a loro. Sbagasciano le tariffe dei professionisti, offrendo servizi solo nominalmente paragonabili a costi azzerati, o dietro simbolici rimborsi, o dietro promesse di scambio di favori.
Eliminano, ma solo apparentemente, la necessità dello Stato di dotarsi di apparati fondamentali a tutela della salute, della salvaguardia del territorio e dei beni culturali, della sicurezza e dell’assistenza.
Risucchiano competenze da chi dovrebbe legittimamente averne, ma non accettano responsabilità, misurazioni di performance, rispetto di standard, mandando tutto, volontariamente, in merda.
Hanno difeso con tale accanimento le loro nicchie di competenza da escludere chiunque altro, fino a cacciare, di fatto, chi è titolato ad occuparle.
I volontari eliminano il principio stesso del lavoro su cui il nostro Stato si fonda, quello di esigere un salario. Che ne è del lavoro, se non è più pagato? Dove finiscono la competizione, la concorrenza, la spinta a fare meglio? E dove finisce la nostra società senza il lavoro? Mangeremo tutti in mense di volontari, dormiremo in dormitori gestiti da volontari in case occupate da volontari, lavorando durante il giorno come volontari noi stessi, spegnendo incendi, guidando ambulanze, organizzando sagre e facendo la guardia nei musei.
Il volontariato è una galassia di inefficienza ed incompetenza, di corruzione ed intimidazione che blocca ogni tentativo di normalizzazione e miglioramento, e ci tiene tutti sotto la costante minaccia di un collasso escatologico.
Cosa succederebbe se tutti i cosidetti volontari smettessero all’unisono di lavorare? Nessuno potrebbe richiamarli, né minacciarli, né sanzionarli. E se un giorno lavorassero, volontariamente, male? E se lavorassero volontariamente contro di noi? E se stessero organizzando un colpo di stato volontario? Chi li ha mandati, chi si strofina le mani ghignante dietro questa torma di utili idioti? Una potenza nemica? Un complotto? Il Vaticano?
Dobbiamo essere nemici dei volontari, rifiutare i loro servizi scadenti, rifiutare di partecipare noi stessi a qualunque iniziativa puzzi di volontariato, rifiutare di muovere qualunque muscolo volontario, rinnegare e disprezzare la volontà.
L’unico vero filantropo, benefattore dell’umanità, costruttore di una società destinata a durare è solo chi esige un vero compenso. Un salario misurabile, una parcella che rappresenta la derisione dell’entusiasmo interessato delle piattole volontarie. Il sabotaggio del volontariato è un dovere civico, la nostra vera missione extralavorativa è fermare i volontari che conosciamo convincendoli a smettere. Con le cattive, se necessario.


endogamia, e perché no?

4 febbraio 2011


un eroe dei giorni nostri

22 febbraio 2010

Non ho mai mangiato carne di gatto, e non mi fido del giudizio di Bigazzi sulla squisitezza delle pietanze, perché per Bigazzi qualunque cosa è squisita, dai frutti della terra più ripugnanti e lepegosi, alle frattaglie e le cervella e gli intestini colmi di merda degli animali morti.
Tuttavia non mi pare una gran rivelazione che la carne di gatto, in tempi di fame, possa lasciarsi mangiare con piacere. Se la situazione è quella di cacciare passerotti, bollire l’erba e interrogarsi sull’opportunità di sacrificare il figlio più debole per sfamare gli altri 8, è assai probabile che cani e gatti vengano visti come una leccornia.
Anche al di là della fame, se qualcuno mi cucina un gattino e me lo presenta con le patatine, lo mangio molto più volentieri di un cachi, per dire.
La solita cricca di isterici succhiacazzi che sterminerebbero l’umanità per salvare un gattino qualsiasi, e che ordinano il mondo in una piramide valoriale al cui vertice stanno gattini e cagnolini, poi le fochine e altri animali carini, poi i cristiani e infine la carne che mangiano, in base ad un criterio di carineria non del tutto chiaro (mi sembra che i cavalli siano molto più carini dello spaniel giapponese, per dirne uno), tanto hanno detto e tanto hanno fatto che il vecchio Bigazzi ha dovuto trovare un nuovo lavoro.


Lo scandalo risiederebbe non tanto nell’aver ammesso di aver mangiato gatti in tempi di magra, ma nell’averli definiti “una delizia” ed aver fornito la ricetta. In realtà Bigazzi non fornisce alcuna ricetta, ma ricorda semplicemente che la carne veniva lasciata frollare per un paio di giorni nel fiume, prima di essere consumata (il che è normale anche per il pollo, e per qualunque altro tipo di animale morto).
In un mondo dove non passa giorno senza un servizio sui cagnolini al telegiornale, Bigazzi ha sfidato un tabù peggio del cannibalismo: affermare che comunque, anche gli animali da compagnia restano animali che possono, in caso, essere cucinati. Ho conosciuto un tizio che ricordava con amarezza di aver mangiato il proprio cane durante un periodo di carestia. Non è una cosa piacevole, ma non ho davvero voluto biasimarlo per non essere morto di fame. Mi piacerebbe chiudere uno di questi animalisti da salotto per due mesi in una cella insieme al proprio cane, un set di coltelli da cucina e un barbecue, e tornargli a chiedere, dopo il trattamento, se ancora hanno qualcosa da dire su Bigazzi.
La solidarietà del Fungo Mauto va tutta al buon Bigazzi, con l’augurio di un immediato reintegro e le scuse ufficiali della dirigenza RAI. Oltre alla rimozione dei gattini e dei cagnolini del cazzo dal telegiornale.


the leaves grow old and fall and die

27 novembre 2009

Il Paziente G si conferma il massimo esperto italiano di affari di Wheterby, nello specifico, è l’unico che continua a visitare periodicamente il sito degli Hood dopo 4 anni dal loro scioglimento de facto.
Facendo eco al nostro precedente post, segnala che la crisi del mercato discografico ha mietuto meritevoli vittime anche nello West Yorkshire.
E’ dai tempi dello scandaloso remix dei GDM che ci pesa questa imbarazzante parentela (non mancammo di segnalarlo e di adoperarci per contrastarla), oggi i destini delle due compagini sembrano legati anche dal comune accattonaggio. Sono rari i casi in cui, nelle infinite ramificazioni della vita, sia così chiaro in quale punto preciso è stata presa la prima piccola decisione sbagliata che per effetto farfalla ha condotto alla catastrofe.
A suo tempo pagai “Outside Closer” 10 euro, al banchetto del Viccaro che non l’aveva capito e se ne voleva disfare per pagarsi la benzina che l’aveva portato al Tagomago, ma mai avrei accettato di pagarlo 9,99, o un qualsiasi altro prezzo dotato di quegli infamanti decimali.
Oggi Outside Closer sta a 4,99 (sterline), medesima sorte di Rustic Houses (via Norman records, magazzinone che applica il *,99 a qualunque prezzo, gli auguro la fine della Contempo), 5,99 per Cold House (il disco che ha trasformato la storia dell’universo), 7,99 per Cabled Linear Traction e Silent’88.
E sapete cosa mi mette le mani nel sangue? che per questo, il peggior colpo alla ruralità inglese dai tempi delle enclosure acts, venga richiesto più del doppio.


essere un castigo, oggi

6 novembre 2009

cletusMettendo ordine tra i miei vecchi files, mi sono imbattuto in una delle cose più vergognosamente classiste che la mia mente abbia mai prodotto.
A quei tempi, avevo un complesso di superiorità verso quelli che chiamavo “castighi”. Ma chi sono, precisamente, i castighi? Non è traducibile con “bifolchi”, perché i bifolchi sono necessariamente campagnoli, mentre può esistere il castigo di città, non sono i poveri, perché esistono castighi ricchi, né genericamente gli umili, gli emarginati o simili, perché ci sono esempi di castighi ben inseriti nella società.
Essere un castigo è uno stato di grazia interiore, che può anche non dare immediati segni tangibili. Tuttavia, avevo elaborato questo test, che avrebbe permesso di distinguere con relativa facilità il castigo dal non castigo.
Ogni affermazione valida per il lettore vale un punto: da 0 a 3 punti non sei un castigo, da 3 a 5 punti sei a rischio castigo, oltre i 5 punti (che siano 6 o 20) sei senz’altro un castigo. Io sono a rischio castigo.

VAI AL TEST


il canto del pazuzu

10 dicembre 2008

jukkaquando una persona muore, se è stata cattiva, la sua anima vaga a corte tegge. dopo aver vagato a corte tegge per un paio di settimane, anche l’anima degli infanticidi e dei cannibali è monda. corte tegge è di gran lunga peggio della morte, e chi mi ci ha mandato a lavorare conoscerà presto o tardi la mia vendetta, che sarà terribile.
per qualche motivo il lavoro mi ha sempre spinto a conoscere dei posti di merda. la periferia di lodi ad esempio, o buccinasco, che fino a poco tempo fa segnava il fine corsa della lancetta del mio disgustometro, non si avvicinano lontanamente al disperato squallore di corte tegge. perché mentre a lodi può consolarti la presenza di un enorme brico center dove puoi perderti per ore nel confronto di prestazioni tra trapani di diverse marche, e a buccinasco capita di vedere qualche anima che aspetta l’autobus, a corte tegge c’è solo quell’odore perenne di concime misto a mangime che impesta tutto il reggiano, che mi pregna le nari, le vesti e la vita.
a nessun uomo assennato è lecito mettere al mondo una prole, se sa che quel mondo contiene, tra le altre cose, corte tegge.corte tegge non è solo brutta come qualunque altra zona industriale padana, corte tegge ha in sè qualcosa del vero male e della paura della vita. la bruttezza di corte tegge è un’offesa all’esistenza. le cose che si sono prese la briga di esistere, di percorrere il penoso travaglio tra il non essere e l’essere, vorrebbero tornare a rannicchiarsi nell’infinito e gelido abbraccio dell’inesistenza, quando capiscono di dover spartire l’attributo dell’esistenza con corte tegge. l’esistenza di corte tegge rende l’universo un posto più brutto, perché l’universo contiene anche corte tegge. e poiché nell’anticamera dell’esistenza si è sparsa la voce, molte cose belle che ancora non esistono si guardano bene dall’esistere, perché hanno saputo che anche a corte tegge è permesso di avere tale attributo.
per sovramercato, corte tegge è così vicina a cavriago che se jukka reverberi starnutisce, mi contagia.
mi chiedo se chi vi abita da sempre abbia in sè la categoria del bello. se gli abitanti del comune di cavriago avessero, come tutti, la categoria del bello innata in loro stessi, diserterebbero cavriago, cavriago si desertificherebbe e non saremmo qui a parlare di cavriago e di corte tegge. ma cavriago esiste, quindi chi vi abita non conosce il bello. e come può produrre una buona musica, qualcuno che non sa discernere tra il bello e il brutto? hanno sviluppato forse una qualche forma di ascetico alienamento dal sé? dio lo sa. ho cercato l’email di jukka reverberi sul suo blog per chiederglielo, e perché mi trovasse una giustificazione a tanta bruttezza, ma jukka reverberi possiede l’unico blog al mondo senza i contatti dell’autore. andrò a suonargli il campanello di casa.


avercela fatta

26 novembre 2008

l’altro giorno passavo distrattamente davanti a una televisione sintonizzata su raitre. c’era il tg regionale, e un ospite in studio. mi son detto “io li conosco quei baffetti!”. infatti poi, al commiato, agli spettatori è stato ricordato che avevano appena assistito ad una breve intervista a franco bampi, che presentava il suo nuovo vocabolario italiano-genovese, scritto con l’intento di risvegliare identità e senso di appartenenza nelle genovesi genti.


come sbiancare i negri

5 giugno 2004

Da http://www.fisicamente.net riceviamo e pubblichiamo, omettendo le inutili considerazioni finali del Renzetti

LO SBIANCAMENTO DEI NEGRI
Roberto Renzetti

Effettivamente il problema esiste, perché negarlo? Negli Stati Uniti, in modo particolare, il fenomeno ha assunto aspetti di una tale rilevanza che occorreva porre rimedio. Il problema dei negri è di tale gravità che presto o tardi esploderà in modo ancora più clamoroso di quanto fino ad oggi abbiamo conosciuto. Perché non prevenire tutto ciò? Perché non porre rimedio, finché si è in tempo, a questa situazione insostenibile in un modo tanto semplice quanto clamoroso?
Sbianchiamo i negri: ogni problema di colore si scioglierà come neve al sole.
La difficoltà sta nel realizzare l’operazione. Le vernici non reggono all’usura del tempo e, poi, rischiano di non far respirare il soggetto trattato. Come fare?
Ho incontrato la soluzione sfogliando una vecchia raccolta della prestigiosa rivista francese La Nature, bollettino dell’Académie des Sciences di Parigi.
L’articolo di apertura del n. 1814 della rivista (29 febbraio 1908) ha per titolo: «Si possono sbiancare i negri?». L’autore, V. Forbin, così scrive:
«La questione si presta a delle battute di dubbio gusto, ed anche vecchio, che noi ci ripromettiamo accuratamente di evitare. Ma è incontestabile che essa ha preoccupato per molto tempo degli ingegni serissimi, soprattutto negli Stati Uniti, in cui i pregiudizi di colore hanno dato luogo ad una crisi sociale di cui nessuno sarebbe in grado di predirne la fine. Nessuno oserebbe negare che la soluzione del Color Problem sarebbe sulla strada buona se fosse possibile ‘sbiancare i negri’. Certamente resterebbe da stirare i loro capelli, e soprattutto da aggiungere alcune cellule nervose al loro cervello, notoriamente meno pesante del cervello della razza rivale, e meno ricco in materia grigia ed in materia bianca. Ma il conduttore di un tram esiterebbe a sbattere fuori dal suo veicolo un passeggero che avesse la pelle apprezzabilmente bianca. Allo stesso modo se i capelli ed i tratti scuotessero la sua prima impressione, egli non oserebbe trattare il sospetto con quella brutalità che, negli Stati del Sud, è usuale nei riguardi dei negri, sia qual sia il loro rango sociale e la loro educazione».
Benissimo, quindi il Sig. Forbin è d’accordo con me! Anzi, egli aggiunge qualcosa alla quale non avevo pensato: fare il tiraggio a quei capelli crespi, in modo che neanche quella cosa sgradevole si noti più. Per la verità egli aggiunge dell’altro, certamente auspicabile, ma, altrettanto certamente, futuribile. Siamo sinceri, sembra a tutt’oggi impossibile aggiungere cellule al cervello umano. In ogni caso conviene non disperare. Per intanto se si riesce a sbiancare il negro e a lisciargli i capelli certamente saremo già sulla buona strada: almeno i poveretti non saranno più maltrattati dal conduttore di un tram. Resta comunque il problema: come fare? Il tiraggio dei capelli non dovrebbe presentare difficoltà alcuna, ma lo sbiancamento? Leggiamo oltre:
«Un vecchio dottore di Filadelfia crede di aver scoperto questo gran segreto. Tutti sanno che i raggi X godono della proprietà di distruggere la materia colorante della pelle. Basandosi su un fenomeno debitamente verificato, questo medico si sarebbe dedicato a una serie di esperimenti, iniziati da circa sette anni, che gli avrebbero fornito tali risultati da non fargli temere di aprire un istituto, o clinica, in cui la clientela non avrebbe tardato ad affluire».
A questo punto il Sig. Forbin fa una breve storia dell’impresa del medico di Filadelfia: egli, all’inizio, non si era specializzato nello sbiancamento dei negri ma nell’eliminare le voglie di vino o altre colorazioni anomale ai bianchi. Ma, dopo i soddisfacenti risultati conseguiti con un negro adulto, al quale era riuscito a sbiancare sensibilmente la faccia, capì che doveva proseguire su questa strada. Il procedimento era poi semplicissimo: sottoporsi all’azione dei raggi X in diverse sedute successive. Testimoni degni di fede assicurano di aver assistito agli esperimenti. Essi raccontano: dopo una decina di sedute, la pelle di un negro originario dell’Africa centrale già assumeva una colorazione marrone chiaro. Prolungando il trattamento si otteneva una tinta olivastra. Con certi soggetti l’opacità della pelle diventava come quella di un creolo. Alla trentina (e passa) di trattamenti si raggiungeva lo scopo, proprio a tempo perché pare che a quel punto la resistenza fisica dei soggetti venisse meno. In ogni caso la tinta ottenuta per trattamenti prolungati era un bel bianco malato (con l’espressione del Sig. Forbin).
Lo stesso Sig. Forbin ci racconta che, in fondo, i tentativi di sbiancamento dei negri sono iniziati ad opera dei negri stessi. Essi correvano dallo stregone per comprarsi pomate ed unguenti che dovevano far conseguire la tanto desiderata colorazione bianca. E chi dicesse che forse i negri hanno un ideale di bellezza diverso dal nostro, verrebbe subito smentito dal Sig. Forbin il quale ci avverte che questo può accadere in negri che non hanno mai visto i bianchi. Quando, al contrario, il negro ha modo di avere la visione del bianco allora il suo ideale è a terra.
A questo punto il negro si vergognerà di se stesso, si vedrà come un mangiatore di carne umana. Ma egli prenderà la sua rivincita: si stirerà i capelli, dirà che tra i suoi antenati c’è un bianco e, in definitiva, se gliene sarà data la possibilità, andrà a sbiancarsi dal medico.


nedda scrive ai ladri

29 febbraio 2004

da Famiglia Cristiana riceviamo e pubblichiamo

DOPO CINQUE FURTI NEDDA SCRIVE AI LADRI:

Caro Padre,
se permette le scrivo due righe per dirle il mio disappunto in fatto di ladri. Io e la mia famiglia ne abbiamo proprio abbastanza di loro, come pure tutto il vicinato. Non ne possiamo più delle loro scorrerie nelle nostre case. Così ho pensato di scrivere loro questa lettera: “ Cari ladri, è proprio vero che a voi del settimo comandamento –“non rubare”- non ve ne importa nulla, dal momento che avete fatto del furto un lavoro vero e proprio. Ma vi siete mai chiesti di quante rinunce e sacrifici è frutto ciò che voi portate via a noi poveri sprovveduti? Lo sapevate che quel copriletto di pelliccia di coniglio che mi avete preso m’è costato una trattativa con il mobiliere che sfiorava la sfacciataggine? Quelle lettere d’amore di mio marito custodite e legate da un nastro, sparse per tutta la stanza, strappate con le vostre mani insensibili, rappresentano il mio passato, la mia gioventù, i miei sentimenti più cari e segreti. Ora, quelle lettere le ho strappate io per non farle più violare a voi. Siete così egoisti da volere le cose degli altri, costi quello che costi! Per ben cinque volte abbiamo avuto il dispiacere di una vostra visita. Adesso ne aspettiamo un’altra, chissà quando! Quasi quasi vi considero dei parenti lontani che, quando vengono a trovarti, al momento dei saluti ti viene da dire: “Chissà quando li rivedremo”. A differenza dei miei cari, a voi dico: “Arrivederci il più tardi possibile. O mai più.”

Nedda