mediocrity killed the cat

18 dicembre 2012

tommasiPeriodicamente, partecipo a qualche concorso pubblico: è gratis, e mi permette di fare un bel bagno nel dramma della disoccupazione giovanile, aggiorna le mie sensazioni sul problema, mi rende lucido sulla complessa realtà del nostro paese, e mi fa apprezzare quel poco che ho ottenuto io.
I miei più affezionati lettori ricorderanno la mia cronaca di un concorso per bibliotecari sul Flauto Mauto (in pieno stile mauto, il post si chiamava “la signorina troppi cazzi nel culo”).
Questa volta sono stato al famigerato concorsone per docenti, una specie di sorpresa da parte del Ministero, un discusso e chiacchierato livellatore di competenze che scavalca ogni cazzata imbastita negli ultimi anni per ritardare l’ingresso degli insegnanti nella scuola. Chi ha investito nelle SSIS si vede superato da neolaureati rampanti, chi ha alle spalle una vita di supplenze si ritrova in gara con pizzaioli che 10 anni fa si sono laureati in qualcosa e non si ricordano neanche in cosa. Io, che ho il mio lavoretto tranquillo, sono andato ad eliminare dalla graduatoria qualche aspirante maestrina che da 20 anni si girava i pollici aspettando il concorsone.
Ieri c’era il Terribile Quiz. Il Terribile Quiz era uno sbarramento per eliminare dall’agone il massimo numero di miserabili, per limitare gli ovvi problemi organizzativi derivanti dal correggere decine di migliaia di scritti in dialetto e sentire decine di migliaia di balbettamenti orali. Va da sé che questo, ai miserabili, non va giù. Fioccheranno ricorsi, patetiche giustificazioni per assenze, polemiche infinite sul contenuto dei quiz. E’ la triste natura degli italiani: tutti hanno una scusa, tutti hanno caratteristiche uniche e preziosissime che sta allo Stato, e non a loro, valorizzare. Per questo stanno seduti col sombrero in testa e aspettano che lo Stato gli passi davanti e si accorga di loro. Certe sparate dei vari ministri (i ragazzi “choosy”, i “bamboccioni” ecc…) sono pienamente, totalmente giustificate.
Vediamolo, questo quiz: 50 minuti per 50 domande a risposta multipla di logica elementare (banali serie numeriche da completare, infantili relazioni di insiemi, ridicole frasette), con una piccola percentuale di domande “informatiche” alla portata di chiunque sia in grado di aprirsi un account Facebook e di lingua straniera (queste ultime, giustamente, un po’ bastarde). Tenuto conto della banalità delle domande, il test avrebbe potuto diventare interessante con un tempo limite di 20 minuti, specie considerando che chi si sentiva un po’ debole in queste cose (cioè un cretino) aveva comunque la possibilità di prepararsi, visto che il MIUR ha pensato bene di pubblicare con un mese di anticipo tutte le domande e tutte le risposte. Ma con 50 minuti di tempo, che sottocategoria di rumenta umana potrebbe non passare il quiz? Evidentemente il Ministero conosce i suoi polli, perché anche così il Terribile Quiz ha falciato i due terzi dei candidati. DUE TERZI! E parliamo di DECINE di MIGLIAIA di LAUREATI.
Il dato ci fa riflettere. Innanzi tutto sulla decadenza del valore della laurea in Italia: la laurea non vale più niente non perché ce l’hanno tutti, ma perché viene data a tutti. Nessuno, nemmeno lo Stato, si fida più di un titolo che vale, ormai, meno della simil-pergamena su cui è stampato, per non dire meno della merda. Per correggere questa anomalia viene in aiuto il quiz. Si obietta che chi va a insegnare storia non debba saperne di matematica, che chi vuole insegnare filosofia non deve saperne di teoria degli insiemi: cazzate. Completare una serie numerica basata su semplici addizioni non è matematica, e capire che “banane” è un sottoinsieme di “frutta” non è teoria degli insiemi. Il quiz misura semplicemente l’abilità o meno di restare concentrati per mezz’oretta, la capacità di poter ragionare logicamente anche sotto stress e in condizioni di scarsità di tempo. Non la chiamerei neanche intelligenza: è proprio un livello basilare di attenzione, quello che hai se non sei totalmente annebbiato dalla droga. E sì, è una dote che un insegnante dovrebbe avere, anche se insegna storia.
Io l’università l’ho fatta già in tempi di piena decadenza, già non si imparava un cazzo, ma proprio grazie alla totale disorganizzazione dei corsi, delle biblioteche, della segreteria e delle facoltà, eri costretto ad arrangiarti in condizioni di scarsità di tempo: le sessioni di esame che arrivavano tutte insieme, e ti costringevano a dare 4 esami tutti nella stessa settimana per non perdere l’appello (quello successivo era dopo 6 mesi), i libri introvabili, gli orari di ricevimento slalomistici, le sedi a chilometri di distanza, gli orari delle lezioni distribuiti in modo peggio che casuale, mi dicevo, forse non sto imparando un cazzo, ma imparo a cavarmela nella burocrazia, e mi do una svegliata rispetto alla pappa pronta che avevo al liceo. Un po’ come si diceva del militare ai tempi della leva obbligatoria: nessuno pensava davvero che si imparasse a combattere, ma almeno imparavi a rifarti il letto, a pulire il cesso e a mangiare le schifezze, ed eri pronto a sposarti.
E visto che siamo in argomento misoginia, per la cronaca: le proporzioni dei falciati sono state le medesime nella mia batteria di quiz (circa 2/3 a casa), e gli unici due uomini presenti hanno ottenuto i due migliori punteggi. Sarei curioso di vedere le statistiche italiane, divise per regione e per sesso. Parliamone, anche di queste “dottoresse” che ingrassano i dati delle pari opportunità, che le donne si laureano di più, che sono più brave, le nostre umaniste. Forse in 5 anni riescono ad imbastire una buona tesi compilativa in 14 volumi su qualche vetusta cazzata, mentre magari gli uomini danno ancora una qualche importanza al lavoro, ma davanti a un orologio che fa tictac non riescono a ricopiare YGRF3GF8487F senza fare errori. E avrei potuto dare il risultato anche senza test, basta guardarle in faccia: le più brutte sono anche le più stupide.


appunti per un articolo su nature

19 ottobre 2012

Aver imbiancato la casa con le proprie mani, o, peggio, aver pagato un imbanchino, porta irrimediabilmente l’individuo ad un superiore livello di consapevolezza nei confronti del rispetto dell’immacolatezza delle superfici imbiancate, siano esse muri portanti o tramezzi.

i. il disprezzo del baygon

Ottobre potrebbe o potrebbe non essere un tradizionale periodo di climax per la concentrazione delle mosche in casa, ma lo è evidentemente, quest’anno, alle latitudini dello scrivente.
Ci ritroviamo quindi con un’anomala quantità di mosche domestiche che offendono la continuità del bianco delle pareti domestiche con la loro presenza fastidiosamente intermittente.
Non meno fastidio potevano arrecare, nei mesi più caldi, le cosidette mosche della merda, quelle metallizzate, attratte dal cibo del gatto.
Ecco in quale contesto si sviluppavano e si affinavano le considerazioni che vado infine ad esporre per l’altrui utilità.
Scartando in partenza le classiche opzioni della ciabatta e del giornale arrotolato, per gli evidenti segni che questi lasciano sulle superfici idropitturate quando causano lo scempio del corpo dei ditteri, ho preso ad abbracciare una diversa filosofia: quella dell’animale colto in volo.
Si usi quindi uno strumento relativamente morbido e assai flessibile, come un panno, un canovaccio da cucina, una gamba di pantalone, una manica di fruit, e violentemente si frusti l’aria nelle immediate vicinanze dell’animale volante, cercando di prenderlo.
Più spesso di quanto si potrebbe pensare, la mosca ferita o disorientata la si ritrova sul pavimento, dove agendo in fretta può essere uccisa con più facilità e con minori probabilità di lasciare macchie difficilmente lavabili.
Personalmente, preferisco gettare all’esterno dell’appartamento gli animali feriti e zoppicanti, piuttosto che ucciderli, per evitare del tutto lo spargimento di sangue e organi interni di insetto.
Il problema nasce quando ci si imbatte in finestre chiuse o zanzariere abbassate mentre ci si trova con una mosca ferita in mano, tenendola per un’ala, specie quando queste ultime sono difficilmente apribili con una mano sola. In tutte queste fattispecie, cerco di dare la mosca ferita al gatto, in alternativa la butto nel cesso.
E’ così che arriviamo al punto nodale e dolente della presente trattazione: la mosca ferita nel cesso.

ii. la mosca ferita nel cesso

Tutte le mosche hanno, di fronte alla prospettiva della morte, un comportamento grosso modo simile. La lotta della mosca per la sopravvivenza si concretizza di solito in un goffo tentativo di restare a galla dimenandosi, simile a quello di alcuni umani quando non sanno nuotare, che evidentemente facilita la respirazione attraverso l’apertura dell’apparato boccale, che si trova al di sotto della linea di galleggiamento dell’animale.
In natura, questi movimenti sortiscono un triplice effetto: permettere la respirazione, come si diceva, raggiungere la terra o un frammento galleggiante dove trovare sollievo, attrarre predatori natanti. Evidentemente il calcolo delle probabilità rassegna la mosca ad agitarsi nonostante l’evidente pericolo che ciò sottende.
Nel meno naturale contesto del cesso, l’agitarsi del dittero non porta ad immediati benefici: le superfici lisce e ripide della ceramica spesso non risultano arrampicabili con le zampette dell’insetto, specie se bagnate, e questo finisce con l’agitarsi per un tempo virtualmente infinito.
Come porre fine ai suoi affanni? Il problema non è di immediata soluzione.
Attendere lo sfinimento e il conseguente annegamento dell’insetto può richiedere diverse ore (che variano in funzione dello stato di salute dello stesso) durante le quali dovremmo rinunciare ad usare il cesso per più nobili scopi.
Bersagliare la mosca ferita con un fiotto di urina non sembra sortire alcun effetto se non quello di farle un piacere.
Tirare l’acqua, allo stesso modo, non risolve il problema: una proprietà poco investigata dei cessi domestici è infatti quella di non permettere l’eliminazione di piccole scorie galleggianti all’atto del tirare lo sciacquone (sarà capitato a tutte le lettrici di bestemmiare contro trucioli di matita da trucco).
Liberarsi della bestia ferita sembra semplicemente impossibile.

iii. il trionfo della nonna

Come spesso accade, rimedi empirici e casalinghi suppliscono con semplicità laddove la tecnologia si ferma, ottenendo gli stessi risultati a fronte di spese assai superiori.
Sono i cosidetti “rimedi della nonna”, di solito risolvono con l’aceto qualunque lavoro altrimenti possibile solo con solventi, insetticidi, antimuffa, smacchiatori industriali. Sembra che queste nonne avessero un sacco di aceto da buttare a cazzo sempre a portata di mano, e ci facessero qualunque cosa.
L’aceto io non lo tengo neanche in casa, e non l’ho provato sulle mosche agonizzanti nel cesso, ma il rimedio che ho trovato ha la stessa geniale semplicità, direi di più, rispetto alle soluzioni a base di aceto ha il vantaggio di non decontestualizzare un prodotto dalla sua normale applicazione. E come ogni rimedio casalingo, l’ho inizialmente applicato per puro caso senza prima ragionarci su, e scoperto funzionante senza coscienza dei fenomeni fisico/chimici che ne stanno alla base.
Un cappello un po’ verboso che i lettori abituati a ben di peggio mi vorranno perdonare, per arrivare finalmente al dunque: si tratta semplicemente di lavarsi i denti, e sputare la schiumetta sulla mosca nel cesso, anziché mandarla sprecata nel lavandino.
Questo banale detour dalla normale routine dell’igiene dentale, assicura il decesso del dittero in una manciata di minuti, e insieme la sua smaltibilità via sciacquone.
Certo, mi sono chiesto in base a quali proprietà del dentifricio ciò sia possibile: forse la mosca soffoca nella schiuma? Forse è avvelenata dal cloro? Accecata dal mentolo? Forse il sottile strato di dentifricio che si viene a creare sulla superficie dell’acqua del cesso ha una densità inferire a quella dell’acqua, che non permette il galleggiamento dell’insetto? E perché, dopo il trattamento, lo sciacquone vince la gravità della mosca, che pure continua a galleggiare? Il dentifricio sputacchiato la avvolge in un bozzolo lepegoso che può essere più facilmente inghiottito nel vortice dei fluidi?
Non disponendo di adeguata attrezzatura per operare una soddisfacente autopsia sulle mosche, non possiamo che lasciare queste risposte a fisici, chimici ed entomologi, riteniamoci soddisfatti di aver fornito loro uno spunto di approfondimento, di aver aperto un problema che forse innescherà un acceso ed interessante dibattito.


tradizione e rinnovamento

4 settembre 2012

Ogni anno, prima o poi mi imbatto nel tormentone estivo. A questo giro, una piacevole sorpresa me l’ha data il Pulcino Pio. Con un approccio non musicologico saremmo tentati di relegarlo nella solita scatola mentale delle stupidaggini, dove confiniamo ciò che nostro malgrado apprendiamo e non possiamo volontariamente dimenticare, ma proviamo a dargli una seconda possibilità.
Il Pulcino Pio parte come elenco di animali da cortile, vi si abbina un ballo che consiste nell’imitarli (non senza una certa difficoltà), un po’ sulla falsariga dell’indimenticata “ciapa la galina”, ma a differenza di quest’ultima si nota subito la struttura modulare delle strofe, che ci rimanda direttamente ad una tradizione popolar-infantile (la fiera dell’est, la vecchia fattoria), ma anche ad un certo sperimentalismo postmodernista che ha fatto della ripetizione con variazioni la propria cifra stilistica (Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich) fino a riecheggiare, perché no, i Cefodie di “te mae”.
Ma è l’incedere malinconico, in minore, della melodia, che rivela la caratura del compositore. Indubbiamente un compositore ben istruito, e di alto mestiere, che attinge da un vasto corpus di canti popolari (quel mazzolin di fiori, quindici uomini) per consegnarci un pezzo che, con qualche bpm in meno, non stonerebbe nel repertorio dello Zbigniew Preisner dei tempi d’oro. Insomma, non siamo di fronte al solito dj da spiaggia che ricicla un ritornellaccio sudamericano per far sculettare vecchiazze cantando di galline.
Il capolavoro nasce proprio in questi casi, quando un compositore capace e coltissimo si presta, per il pane, a comporre per le masse: ricordiamo su tutti, per restare in orbita romana, il Morricone di “Abbronzatissima” o “Se Telefonando”. Sarebbe sciocco parlare di volgarimento, abbassatura, svilimento: comporre è un mestiere, ed è dai tempi di Bach che si compone per chi paga meglio; direi anzi che comporre per sé o per un pubblico volutamente limitato è una deriva mollo-borghese che mi auguro venga cancellata alla prossima rivoluzione. Il compito del compositore è scegliere gli ingredienti da un campionario di auctoritas a lui ben note, per confezionare nuove canzoni ad uso del popolo.
E visto che parliamo di popolo e di rivoluzione, emblematica è la scelta di uccidere il Pulcino Pio sul finale della filastrocca, un finale amaro da canto partigiano che annienta il singolo per generare il simbolo, uccide il militante per far nascere l’eroe.


endogamia, e perché no?

4 febbraio 2011


il cimitero della merda

8 luglio 2010

Stavo pensando a quanto è facile ed economico migliorare sensibilmente la qualità della propria vita. Vi è una classe di oggetti infatti, che usiamo quotidianamente, che costano pochissimo ma che possono durare decine di anni o addirittura sopravviverci. A questa classe di oggetti fanno parte, per esempio, le mollette, o le grucce dei vestiti. Le grucce dei vestiti a casa mia sono spaiate, recuperate, rubate, regalate dai grandi magazzini quando si comprano i pantaloni, sono orride, in plastica nera o di fil di ferro, tutte diverse. Aprire l’armadio, viene voglia di vomitarci dentro, riordinarlo è un patema. Essendo difficile rompere una gruccia, per quanto scadente, vi è quindi la concreta probabilità che questa situazione si mantenga invariata per un lunghissimo periodo, finché qualcuno non prende la situazione in mano e investe il giusto in grucce di legno. I telefonini, le macchine fotografiche digitali o gli stessi vestiti sono cose molto più costose, ma che irrimediabilmente nel giro di due anni vengono superate dalla moda o dalla tecnologia, o sono usurate o guaste e non più utilizzabili: è molto più saggio risparmiare su questo genere di cose. Perché avere sempre l’ultimo Ipod non ti migliora la vita, se comunque ogni giorno tocca bestemmiare contro le mollette che si aprono male, e anche se ci attacchi camicie confezionate su misura, le grucce dei vestiti di plastica ti fanno vivere nella merda. Avere una buona qualità della vita significa sostanzialmente questo: non vivere circondati dalla merda.


culo

19 aprile 2010

e oggi ho smarcato una delle mie 16 cose da fare prima di morire: tenere in mano un esemplare di Speleomantes ambrosii. Spacciatomi per rarissimo fin da quando ero piccolo, il leggendario geotritone delle Apuane è in realtà una bestia piuttosto comune, classificata a basso rischio di estinzione. Nelle grotte dello spezzino e sulle Apuane è un incontro quasi banale. La sua particolarità è che l’areale di distribuzione della specie è un microscopico sputo sulla carta geografica dell’Italia, che copre casa mia e quella dei miei vicini, rendendolo l’animale luneziano per definizione. Gli erpetologi che studiano i geotritoni sono tutti miei vicini di casa, compreso quello che ha dato il nome alla specie. Documentandomi, ho scoperto tutto un proliferare di specie e sottospecie, tutte intorno a casa mia, cioè nei dintorni dei miei vicini erpetologi bramosi di pubblicazioni. Non dubito di nessuno, ma si sa che la biodiversità prolifera nel giardino di quelli che la studiano, e non ho ancora trovato un sito che mi spieghi bene come si distingue uno Speleomantes ambrosii da un volgare Speleomantes italicus.


clash of the titans

4 marzo 2010

Ci sono diversi aneddoti che costellano la mia esistenza e che i miei amici amano ricordare per ridere di me e delle mie gesta. L’ultimo in ordine di tempo è che, dopo aver letto la mia comparativa di cartine escursionistiche in base al loro impiego con GPS, alla Tabacco hanno deciso di scrivermi e spedirmi una cartina delle loro per farmela recensire.
Sono lusingato che alla Tabacco ci sia qualcuno che si prende la briga di leggere il Fungo Mauto e che dia una qualche importanza alla mia opinione sui loro prodotti, e sulle prime ho pensato a uno scherzo: ricordo a chi vivesse su Mercurio che la Tabacco non è Ciciola, ma la principale editrice italiana di cartografia escursionistica per le alpi centrali e orientali (la Kompass non vale: è mezza austriaca), e questo ne fa la principale editrice italiana di cartine escursionistiche punto. Per fare un paragone, è come se Tom Waits mi avesse personalmente spedito il suo disco ai tempi in cui facevo il cretino con la chitarra.
Ma non sarà il rispetto dell’auctoritas a blandire la spietatezza del mio implacabile giudizio, per questo ho scelto di far gareggiare come in una lotta canina lo specimen inviatomi dalla Tabacco con un’altra cartina che mi è piovuta ultimamente sotto gli occhi, di provenienza e fattura altrettanto prestigiosa: una cartoguida del progetto “Alpi senza frontiere”.
“Alpi senza frontiere” è una monumentale serie di 20 cartine 1:25000 che copre le Alpi occidentali, frutto degli sforzi congiunti degli istituti geografici nazionali italiano e francese e dei rispettivi club alpini con il generoso contributo dei due governi, delle regioni coinvolte e di fondi europei vari. Con tale cornucopia di denaro pubblico che gli è piovuta sulla testa, “Alpi senza frontiere”, per quanto abbia già qualche annetto, può vantare di essere lo stato dell’arte della cartografia europea. Per ulteriore sboronaggine, ogni carta arriva con un libro di 175 pagine (per questo si chiama cartoguida) che spiega i vari rifugi e itinerari, con tanto di introduzione di Romano Prodi (come presidente della Commissione Europea, parliamo del 2002).
Sono entrambe cartine di eccelsa fattura, ma il pubblico del Fungo Mauto vuole vedere il sangue, quindi le facciamo gareggiare. Non c’è giudizio senza confronto, non c’è confronto senza competizione, e non c’è competizione senza testosterone. Soprattutto, non c’è competizione senza punteggi: per ogni parametro decreterò un vincitore e un perdente, e alla fine vedremo chi si è aggiudicato più battaglie. Per ogni paramero cercherò di evitare il pareggio, e per farlo spaccherò il capello in quattro ed esagererò in pedanteria. Si preannuncia un post MOLTO lungo e nerd.

Essendo due zone che non conosco personalmente (Adamello/Presanella per la Tabacco, Modane-Bardonecchia-Val di Susa per ASF), non posso giudicare per l’unico parametro davvero importante: l’accuratezza e la completezza dei dati rappresentati. Mi limiterò quindi ad una loro trattazione squisitamente formale/grafica.

Packaging: si tratta di due prodotti editoriali diversi (una cartina e una cartoguida), quindi non immediatamente paragonabili. Diciamo che qui si recensisce la cartina che fa parte della cartoguida ASF presa a sé stante. Si fa apprezzare il coordinatometro in trasparenza stampato sull’astuccio in plastica della Tabacco. ASF allega invece un righello di cartoncino separato, ma non è trasparente e non è a forma di squadra (è un semplice righello graduato in centimetri e in scala 1:25mila). Essendo una cartoguida, ASF può permettersi un foglio separato per la legenda, e dedicare tutto lo spazio della cartina alla rappresentazione del territorio. Tabacco, che si aggiudica il primo punto, ha una legenda più stringata, ma con tutto quello che serve, e tutto su un unico foglio. Entrambe le legende sono in 4 lingue. (TAB=1, ASF=0)

Carta e stampa: entrambe le cartine sono dei lenzuoli: 100×115 cm la Tabacco, un po’ più lunga ma altrettanto più stretta la ASF. Entrambe sono stampate su un solo lato: non si poteva stampare sui due lati e dimezzare le dimensioni? non vorrei essere un escursionista che le deve spiegare all’aperto, su terreno bagnato e ventoso. La carta usata dalla Tabacco è un po’ più spessa e lucida (quindi leggermente idrorepellente e antistrappo). Anche nella stampa, la ASF si perde qualche dettaglio. A sua discolpa, ha quasi 10 anni sul groppone, magari ci sono state innovazioni tecnologiche nel frattempo. In ogni caso il punto lo prende Tabacco. (TAB=1, ASF=0)

Orientamento e bordo carta: la Tabacco è orientata correttamente al nord geografico, la ASF è allineata alla quadrettatura chilometrica, quindi al nord della proiezione, che non è formalmente corretto, e mi stupisce vedere questo erroraccio fatto proprio dall’IGM, che sono da sempre i teorici delle triple freccette a bordo carta con l’angolo tra nord geografico, proiettato e magnetico. Si fanno perdonare aggiungendo appunto a bordo carta l’indicazione dello scarto con il nord magnetico, ma commettono l’erroraccio di chiamare “geografico” il nord della proiezione, facendo insomma un gran casino. Entrambe le carte adottano la proiezione UTM/WGS84, e il reticolo chilometrico ad essa conforme. Preferisco il bordo carta della Tabacco, che segna anche le coordinate geografiche, ASF segna solo quelle metriche, e se ne fa pure vanto sul libro alla voce “novità cartografiche: (…) semplificazione delle iscrizioni a margine della carta”. Naturalmente anche in questo caso Tabacco vince contro l’esercito italiano. (TAB=1, ASF=0)

Usabilità GPS: questo ci porta direttamente all’usabilità GPS, riportata sulla copertina di entrambe le carte, di cui parlavo nel mio precedente post grazie al quale mi sono guadagnato questa bella carta della Tabacco. Si era detto in sostanza che serve la quadrettatura chilometrica, preferibilmente secondo le coordinate UTM/WGS84. Entrambe le contendenti soddisfano il requisito, la Tabacco aggiunge un utile coordinatometro per la quale si è già presa un punto, e non posso dargliene un altro per lo stesso merito, così come non posso ri-premiarla per le coordinate geografiche che ASF omette. Premio invece ASF semplicemente perché le coordinate metriche sono riportate per intero e con numeri belli grossi, e non in migliaia, e perché la quadrettatura chilometrica è più visibile (entrambe in ciano, ma ASF usa linee più spesse, e linee ancora più spesse per le cifre tonde ogni 10mila metri, laddove Tabacco usa una quadrettatura a crocette appena percettibile. (Tab=0, ASF=1)

Origine dei dati: ASF, sul libro, può prendersi tutto lo spazio che serve per descrivere accuratamente da dove vengono i dati e a quando sono aggiornati. La data dei rilievi, o almeno dell’ultimo aggiornamento dei dati, è fondamentale: tra 10 anni queste cartine saranno ancora a casa mia, e magari ci sarà stata la guerra atomica e le strade non esisteranno più, serve che da qualche parte sia scritto “la viabilità stradale è aggiornata al…”. ASF scrive a bordo carta che i rilievi topografici e la viabilità vengono dalla carta tecnica del 1995, con parziale aggiornamento al 2002, sulla Tabacco invece vedo solo “edizione 2009” e la dicitura che i dati sono aggiornati secondo gli enti Pinco e Pallino. Aggiornati sì, ma a quando? Un punto per ASF. (TAB=0, ASF=1)

Colori di sfondo e sfumo: ASF usa uno sfumo molto più pesante, che rende bene l’effetto-rilievo quando la carta è vista da lontano, ma perde un po’ in leggibilità da vicino nei punti più scuri. Il verde usato da Tabacco per rappresentare le superfici boscate è più acceso di quello di ASF, risultando in una miglior leggibilità degli elementi soprastanti. Sostanziale parimerito per le aree non boscate e i ghiacciai. (TAB=1, ASF=0)

Isoipse e punti quotati: la novità cartografica più rilevante di ASF è l’utilizzo di isoipse fittissime: ogni 10 metri, contro i tradizionali 25 della Tabacco. Si tratta di una scelta probabilmente dettata dalla necessità: dovendo unire dati italiani (dove si usano le isoipse a 25) con quelli francesi (più rigorosamente decimali), probabilmente si è scelto di usare le isoipse delle Carte Tecniche, tutte a 10 metri. Avrebbero potuto sfoltirle a 20 metri, ma avrebbero perso l’isoipsa portante dei *50 metri. L’unico modo per andare d’accordo coi francesi e salvare l’isoipsa dei *50 è stato quindi lasciarle a 10 metri. Sono forse un po’ troppo fitte e sottili, ma le isoipse portanti (più spesse) aiutano nella lettura. Alla Tabacco hanno scelto poco coraggiosamente le classiche isoipse a 25 metri, e hanno pure dimenticato di scrivere la quota sulle portanti, ritenendo che potessero sufficere un paio di punti quotati per kmq per orientarsi con le altezze. Molti di questi punti, inoltre, non hanno segnato il punto preciso del loro rilevamento ed è facile equivocare su quale sia l’isoipsa più vicina. (Tab=0, ASF=1)

Caratteri tipografici: è noto che i caratteri sans-serif sono generalmente da preferire in tutte le situazioni in cui il testo sia piccolo o confuso con altri elementi, come accade appunto in una cartina, tuttavia è considerato elemento di maggior eleganza inserire sulle cartine anche un font di tipo serif, così per sport, che di solito viene usato per l’idrografia. In tempi più moderni, vedo che anche per l’idrografia ha preso piede il sans serif (sebbene in blu e corsivo), e il sans serif viene utilizzato in situazioni più marginali. Tabacco ne usa uno per i ghiacciai, ASF lo usa invece per i nomi dei boschi. Tutto il resto è sans serif. Per aumentare la leggibilità dei caratteri più piccoli, Tabacco fa un largo uso delle lettere maiuscole, laddove ASF preferisce il grassetto. Non è facile assegnare il punto, ma empiricamente ho notato che ponendomi a circa 80 cm dalle cartine, la percentuale di nomi che sono riuscito a leggere nella ASF è stata superiore. (Tab=0, ASF=1)

Cura del dettaglio: dunque siamo a parimerito, e chi si aggiudica questa piglia tutto. Ero tentato di dare la palma ad ASF semplicemente perché diversifica le aree boscate a seconda dell’essenza dominante (conifere, latifoglie, frutteto…), ma poi mi sono accorto che nella parte francese sono usati caratteri tipografici diversi: tutto questo casino per le cartine italofrancesi e non hanno neanche uniformato i font!!! Varie altre cazzate come il disastro atomico di Chiomonte (cos’è quella roba???) mi hanno fatto infine propendere per dare il voto decisivo alla Tabacco, che, detto per inciso, ha fatto una cartina tutto sommato più leggibile investendoci i propri soldi, e non i miei. (Tab=1, ASF=0)

L’azienda di Tavagnacco vince (pur senza trionfare: 5 a 4) contro l’esercito italiano e Romano Prodi.

[NOTA SUL COPYRIGHT: spero di non finire in tribunale per aver pubblicato riproduzioni parziali della cartina Tabacco senza autorizzazione. Suvvia ragazzi, mi avete chiesto voi la recensione, come facevo senza immagini? E poi avete pure vinto…]