mediocrity killed the cat

tommasiPeriodicamente, partecipo a qualche concorso pubblico: è gratis, e mi permette di fare un bel bagno nel dramma della disoccupazione giovanile, aggiorna le mie sensazioni sul problema, mi rende lucido sulla complessa realtà del nostro paese, e mi fa apprezzare quel poco che ho ottenuto io.
I miei più affezionati lettori ricorderanno la mia cronaca di un concorso per bibliotecari sul Flauto Mauto (in pieno stile mauto, il post si chiamava “la signorina troppi cazzi nel culo”).
Questa volta sono stato al famigerato concorsone per docenti, una specie di sorpresa da parte del Ministero, un discusso e chiacchierato livellatore di competenze che scavalca ogni cazzata imbastita negli ultimi anni per ritardare l’ingresso degli insegnanti nella scuola. Chi ha investito nelle SSIS si vede superato da neolaureati rampanti, chi ha alle spalle una vita di supplenze si ritrova in gara con pizzaioli che 10 anni fa si sono laureati in qualcosa e non si ricordano neanche in cosa. Io, che ho il mio lavoretto tranquillo, sono andato ad eliminare dalla graduatoria qualche aspirante maestrina che da 20 anni si girava i pollici aspettando il concorsone.
Ieri c’era il Terribile Quiz. Il Terribile Quiz era uno sbarramento per eliminare dall’agone il massimo numero di miserabili, per limitare gli ovvi problemi organizzativi derivanti dal correggere decine di migliaia di scritti in dialetto e sentire decine di migliaia di balbettamenti orali. Va da sé che questo, ai miserabili, non va giù. Fioccheranno ricorsi, patetiche giustificazioni per assenze, polemiche infinite sul contenuto dei quiz. E’ la triste natura degli italiani: tutti hanno una scusa, tutti hanno caratteristiche uniche e preziosissime che sta allo Stato, e non a loro, valorizzare. Per questo stanno seduti col sombrero in testa e aspettano che lo Stato gli passi davanti e si accorga di loro. Certe sparate dei vari ministri (i ragazzi “choosy”, i “bamboccioni” ecc…) sono pienamente, totalmente giustificate.
Vediamolo, questo quiz: 50 minuti per 50 domande a risposta multipla di logica elementare (banali serie numeriche da completare, infantili relazioni di insiemi, ridicole frasette), con una piccola percentuale di domande “informatiche” alla portata di chiunque sia in grado di aprirsi un account Facebook e di lingua straniera (queste ultime, giustamente, un po’ bastarde). Tenuto conto della banalità delle domande, il test avrebbe potuto diventare interessante con un tempo limite di 20 minuti, specie considerando che chi si sentiva un po’ debole in queste cose (cioè un cretino) aveva comunque la possibilità di prepararsi, visto che il MIUR ha pensato bene di pubblicare con un mese di anticipo tutte le domande e tutte le risposte. Ma con 50 minuti di tempo, che sottocategoria di rumenta umana potrebbe non passare il quiz? Evidentemente il Ministero conosce i suoi polli, perché anche così il Terribile Quiz ha falciato i due terzi dei candidati. DUE TERZI! E parliamo di DECINE di MIGLIAIA di LAUREATI.
Il dato ci fa riflettere. Innanzi tutto sulla decadenza del valore della laurea in Italia: la laurea non vale più niente non perché ce l’hanno tutti, ma perché viene data a tutti. Nessuno, nemmeno lo Stato, si fida più di un titolo che vale, ormai, meno della simil-pergamena su cui è stampato, per non dire meno della merda. Per correggere questa anomalia viene in aiuto il quiz. Si obietta che chi va a insegnare storia non debba saperne di matematica, che chi vuole insegnare filosofia non deve saperne di teoria degli insiemi: cazzate. Completare una serie numerica basata su semplici addizioni non è matematica, e capire che “banane” è un sottoinsieme di “frutta” non è teoria degli insiemi. Il quiz misura semplicemente l’abilità o meno di restare concentrati per mezz’oretta, la capacità di poter ragionare logicamente anche sotto stress e in condizioni di scarsità di tempo. Non la chiamerei neanche intelligenza: è proprio un livello basilare di attenzione, quello che hai se non sei totalmente annebbiato dalla droga. E sì, è una dote che un insegnante dovrebbe avere, anche se insegna storia.
Io l’università l’ho fatta già in tempi di piena decadenza, già non si imparava un cazzo, ma proprio grazie alla totale disorganizzazione dei corsi, delle biblioteche, della segreteria e delle facoltà, eri costretto ad arrangiarti in condizioni di scarsità di tempo: le sessioni di esame che arrivavano tutte insieme, e ti costringevano a dare 4 esami tutti nella stessa settimana per non perdere l’appello (quello successivo era dopo 6 mesi), i libri introvabili, gli orari di ricevimento slalomistici, le sedi a chilometri di distanza, gli orari delle lezioni distribuiti in modo peggio che casuale, mi dicevo, forse non sto imparando un cazzo, ma imparo a cavarmela nella burocrazia, e mi do una svegliata rispetto alla pappa pronta che avevo al liceo. Un po’ come si diceva del militare ai tempi della leva obbligatoria: nessuno pensava davvero che si imparasse a combattere, ma almeno imparavi a rifarti il letto, a pulire il cesso e a mangiare le schifezze, ed eri pronto a sposarti.
E visto che siamo in argomento misoginia, per la cronaca: le proporzioni dei falciati sono state le medesime nella mia batteria di quiz (circa 2/3 a casa), e gli unici due uomini presenti hanno ottenuto i due migliori punteggi. Sarei curioso di vedere le statistiche italiane, divise per regione e per sesso. Parliamone, anche di queste “dottoresse” che ingrassano i dati delle pari opportunità, che le donne si laureano di più, che sono più brave, le nostre umaniste. Forse in 5 anni riescono ad imbastire una buona tesi compilativa in 14 volumi su qualche vetusta cazzata, mentre magari gli uomini danno ancora una qualche importanza al lavoro, ma davanti a un orologio che fa tictac non riescono a ricopiare YGRF3GF8487F senza fare errori. E avrei potuto dare il risultato anche senza test, basta guardarle in faccia: le più brutte sono anche le più stupide.

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