johann johannsson, francesco facchinetti and me.

8 giugno 2010

Ho conosciuto da poco l’opera di Johann Johannsson, giovane compositore islandese i cui tratti somatici ricordano molto quelli di un famoso dittatore italiano del ‘900 di cui non voglio fare il nome per non impennare le visite di questo blog.
Io lo seguo da poco, ma non si può, evidentemente, affermare il contrario: Johann Johannsson conosce ME da diversi anni, mi segue da lontano, ed è arrivato a plagiare la mia opera. Johann, lo so che stai leggendo, sei un brutto finocchio. Se io non registro i miei pezzi alla SIAE non è per permettere a te di scopare più ragazzine spacciando per tue le mie idee, ma per semplice pigrizia, e tra musicisti di un certo livello non dovrebbe porsi il problema. Fai la figura di DJ Francesco, e ora che sei sputtanato ne uscirai come DJ Francesco, all’isola dei famosi a farti vedere in mutande e fingere di litigare con qualche troia per due spiccioli.
Devo riconoscere però, caro il mio caro Johann, che sei stato attento: pochi infatti hanno ascoltato la mia opera recente, i lettori abituali del Fungo Mauto 2.0 mi conoscono più che altro come valente cartografo, gli amici di vecchia data sanno che una volta avevo un gruppo; pochissimi sono quelli che sanno che dopo il 2004, data del mio ultimo CD, ho continuato a comporre colonne sonore per il mio amico cineasta.
I film, poi, non vengono mai girati o, come in questo caso, girati ma mai montati, e non incontrano il pubblico. Sei stato in gamba a scovare una copia del mio “musica riverberata per parameci” del 2007, considerato che ne ho masterizzate solo due copie: una è in mano al cineasta, l’altra ad un altro amico che sta studiando per diventare dio e di certo non è lui che mi ha tradito. Senz’altro sei, in qualche modo, entrato nel mio hard disc in modo fraudolento, aggiungendo infamità ad infamità. Ma sappi che qua non siamo in Islanda, qua l’infamità si paga.
E quindi ora ti sputtano:

johann johannsson: the great god pan is dead (forlandia, 2008)

onq: paratia (musica riverberata per parameci, 2007)


droga gratis for the masses

14 luglio 2009

strippo a ufo! occorrente:

– uno spazzolino elettrico tipo Oral B

– una sveglia digitale coi numeri rossi

istruzioni:

guardare i numeri rossi della sveglia mentre ci si lava i denti, in particolare i molari dell’arcata superiore. woooahhh!!!

pizza.lsd


arrivare in ritardo (di 10 anni) fa sempre figo

19 maggio 2009
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile).
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.
 
per sopportare la coda all’ufficio per l’impiego, ho comprato il numero nuovo di blow up. l’ultimo numero che avevo letto era dicembre 2005, e considerato che non ho altre fonti di informazione musicale cartacee né elettroniche, si può dire che il mio livello di aggiornamento sulle uscite del mercato discografico sia piuttosto scarso.
ho un rapporto di amore-odio per questa rivista, che porto avanti fin dall’uscita del primo numero in edicola (c’è anche una preistoria da fanzine che però ai tempi non seguivo). va da sé che i canoni estetici del direttore non coincidano coi miei, ma l’eterogeneità del materiale recensito la  qualifica come ottimo punto di partenza per approfondire numerosi percorsi, assecondando le mie ossessioni del momento.
altra qualità della rivista, nel bene e nel male, è quella di indicare quelle che sono le tendenze più fighette e i nomi più in vista della cosidetta scena indie: tutti i sommovimenti musicali più interessanti della nostra penisola e non, prima o poi avranno dedicato un articoletto, e quelli che riescono a starne fuori sono comunque stanabili dopo un paio di link via internet, partendo da quello che leggi su blow up.
quello che succede ora è che sta diventando figo il DIY, cioè la merda nella quale ho sguazzato per diversi anni, uscendone circa nel 2000, cioè 10 anni prima che diventasse un fenomeno cool. ciò mi rende creditore di diversi bocchini, perché oggi le etichette di cdr sono fighe, le etichette di cassette sono fighe, perché la gente non ha più in casa il mangiacassette ma solo l’ipod e quindi la cassettina di nastro magnetico con la copertina fatta a mano è diventata figa perché è retrò.
k7
inutile ricordare che nel 1997 erano gli sfigati a fare le cassettine e nel 2002 erano gli sfigati a fare le etichette cdr, perché erano i formati che costavano meno. oggi fare una cassettina costa di più che mettere in rete gli mp3, quindi le cassettine sono fighe, perché costano più degli mp3, e sono quindi un feticcio come prima poteva essere l’edizione in digipack, e fare le copertine a mano costa di più che farle con photoshop e stamparle a colori.
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile). è la differenza tra scelta e necessità.
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.

come domani

17 ottobre 2008

avevo intenzione di mettercelo io, su youtube, questo capo-fottuto-lavoro, ed ero quasi risoluto a chiederne il permesso all’autore quand’ecco che, ieri, girando, lo trovo già bello e messo su per abile mano del collega sph9000. tale è l’orgoglio di esservi citato come soggettista che non posso fare a meno di ripostarlo qui.

Vodpod videos no longer available.



Fütter mein Ego

16 marzo 2008

Nell’attesa di nuovi e importanti sviluppi nel campo della microscopia ottica, trovo ragionevole distrarre il pubblico del fungo mauto con qualcosa di completamente diverso, ripescando da una delle mie vite precedenti qualcosa che a suo tempo mi guadagnò rispetto e consensi.


Per un approccio autistico alla scena elettronica contemporanea

26 gennaio 2004

L’evoluzione dei processori e del software legato alla produzione e alla manipolazione audio sta rapidamente avvicinando l’artificiale al natuarle e viceversa: si sentono sempre meno voci, tra i professionisti, parlare dell’inimitabile calore che dovrebbero avere le valvole, della resa del nastro magnetico rispetto all’hard disc, della registrazione elettrica sulla quale Steve Albini ha costruito la propria fortuna. Per quelli che ancora non fossero soddisfatti del sintetico, esistono librerie di campionamenti coltivati secondo tradizione e software sempre più sofisticati che aggiungono fruscio, distorsione, imperfezioni ai suoni sintetici per avvicinarli al naturale, capovolgendo la funzione che hanno avuto fino ad oggi, cioé quella di togliere le stesse imperfezioni dai suoni naturali per purificarli avvicinandoli così all’idea nella mente dell’artista. Il fattore umano, il tocco, il calore, il sentimento, sono definiti in una specifica serie di parametri controllabili a piacimento partendo da valori di default. L’umanizzazione del suono prende sempre più l’aspetto di insozzatura, aggiunta di imperfezioni inutili che rendono la cosa più umana semplicemente perché l’uomo non sarebbe in grado di suonarla con le proprie mani così come l’ha pensata. Il musicista, che ora potrebbe avere la sua cosa perfetta, preferisce lasciare il filtro tra la sua opera e il mondo delle idee sporcandola, mettendoci dell’umano dentro, una parvenza di manualità e di artigianeria, nascondendo l’essenza matematica, e quindi oltre-umana, della musica stessa. È infame che i sintetizzatori abbiano tentato per decenni di riprodurre il suono di un pianoforte vero quando sanno fare così bene una perfetta onda sinusoidale, è infame che la musica elettronica si sia sempre basata su suoni di casse e rullanti imitati in fin dei conti da casse vere e rullanti veri, strumenti propri del nostro medioevo comunale e degli aborigeni. La tecnologia sta almeno aiutando il musicista a superare il complesso del dj da cameretta, quello di non riuscire a riprodurre la musica “come se fosse suonata” tralasciando il vero problema, cioé di riprodurla come dovrebbe essere in sé. Presto la riproduzione sarà perfetta e alla portata di tutti, chiunque potrà incidere composizioni per orchestra, per jazz ensembles, per pianoforte e per gruppi punk senza mai doversi sporcare le mani venendo a patti col mondo e le sue sporche leggi della fisica del suono. Oltreché, naturalmente, le sue sporche leggi del costo in euro degli amplificatori valvolari, dei compagni di gruppo che perdono l’autobus e del bisogno di un diploma di conservatorio per poter dirigere un quartetto d’archi ed imporgli di suonare le proprie composizioni. Il problema di questa fase di passaggio è nel suo generare isteria e feticismo del nuovo, nella rincorsa, anno dopo anno, non più tanto della perfezione quanto della facilità di ottenerla, della compattezza degli strumenti e delle loro interfacce, nella frustrazione di vedere il prezzo di uno strumento costato mesi di stipendio dimezzarsi ogni anno. Così viene abbandonato l’approccio musicale alla musica, e l’artista si riconosce non più per il suo prodotto, ma per la propria competenza nel padroneggiare la terminologia specialistica del manuale d’uso dell’ultima workstation, campionatore, filtro. Questo stato di cose genera una serie di interessanti conseguenze: l’approccio alla musica contemporanea si slega dai risultati, dalle registrazioni, dai dischi. I prodotti finiti non esistono più, o meglio sono completamente irrilevanti per la comprensione dello stato dell’arte: l’essenza risiede nel cazzeggio improvvisato col proprio strumento elettronico o software preferito. Un’analisi seria della musica contemporanea dovrebbe prescindere da qualsiasi supporto di riproduzione audio e concentrarsi sulla ricerca diretta, sul campo, antropologica dei nuovi talenti del music gear, che non registrano mai niente, impegnati come sono ad imparare le funzioni dei loro strumenti sempre nuovi e concentrandosi coi suoni da essi prodotti per ore e ore ogni giorno, per trovare una perfezione che non verrà mai fissata. L’ultima evoluzione tecnologica ha riportato così la musica al suo stadio più antico, quando non esistevano né registratori, né registrazioni né notazioni per la musica, e la conoscenza della stessa era possibile solo dal vivo, e la ricostruzione impossibile se non affidandosi alla propria memoria. Il funerale della notazione musicale su pentagramma è stato celebrato da tempo: i nostri gruppi rock ne hanno a che fare solo al momento di registrare le proprie composizioni alla siae, organo passatista e conservatore per definizione, gli artisti elettronici affidano tempo, durata e intensità a valori determinati intuitivamente e memorizzati in automatico, la cui trascrizione su carta sarebbe ridicola oltre che inutile (vorrei proprio vederla una partitura degli Autechre). A questo punto dovremmo augurarci di poter assistere alla fine di questa fase degenere della musica iniziata con la notazione musicale e cronicizzatasi con l’invenzione delle schede forate per pianoforte automatico, del grammofono e dei supporti per l’audioriproduzione che l’hanno seguito. La notazione e la registrazione sono la resa dell’uomo davanti all’artificio da lui stesso creato: scrivere una melodia per non dimenticarla è ammettere i limiti della propria capacità mnemonica, è anche un’offesa alla melodia stessa, che non ha abbastanza presa per bastare a sé stessa, per esaurirsi in sé stessa, per essere ricordata com’era da viva. La riproduzione e la diffusione sono fenomeni virali, da studiarsi con gli strumenti dell’epidemiologia, la registrazione è la rievocazione di un defunto e l’ammissione della propria inferiorità rispetto alla performance, non più riproducibile e quindi registrata. Tutte le obiezioni alla registrazione, già sollevate ai tempi del grammofono ma poi abbandonate per concentrarsi ottusamente sull’alta fedeltà ed aggirare così il problema, vanno estese anche alla stessa notazione, e il dibattito torna attuale. Notazione e registrazione non possono sostituire la musica meglio di quanto il nome e la foto su una tomba sostituiscano la persona viva. Salutiamo quindi con favore questo apparente ritorno alla vita del suono in diretta, che non va confuso con l’improvvisazione, che è registrabile e pure notabile, anche se solo post mortem, ed è quindi peggio ancora. Lo andremo a cercare spiando nelle camerette e negli studioli casalinghi, lo percepiremo debole attraversando i cortili dei caseggiati o dalle cuffiette di un compagno di viaggio in treno che traffica col suo computer portatile. E dopo, quando la tecnologia si sarà evoluta abbastanza, perderemo questo momento magico in cui l’incapacità degli utenti di fronte ai limiti di strumenti perfetti ma non ancora sufficientemente user friendly genera sperimentazione viva, fertile e soprattutto orgogliosamente autistica.

[NDR: articolo ispirato da questa conversazione originariamente apparso su una qualche webzine nazionale, di cui oggi non si trova traccia]


recensioni per succoacido

25 gennaio 2004

dovesse interessare a qualcuno, raccolgo qui in un unico pdf le recensioni di dischi che scrissi per succoacido (versione cartacea o web) tra il 2003 e il 2004, parte delle quali già mirrorizzate a loro tempo sul povittero.


crac succoacido

24 gennaio 2004

LETTERA APERTA A MARC DE DIEUX

o direttore, mio direttore,

voglio scrivere in risposta al suo appello apparso sulla homepage di succoacido.it qualcosa di più serio ed argomentato (ma forse simile nella sostanza, vedremo) delle due righe scherzose che già le ho inviato in forma privata. conti pure questa mia tra i tre-seicento consensi che sta aspettando dal sottobosco artistico, anche se forse si stava aspettando consensi di tutt’altra natura. ma è vita questa?

succoacido è stato il parto aberrante di una mente aberrante: l’idea di stampare 5mila copie di tasca propria, recuperando con la pubblicità una davvero minima parte delle spese folli sostenute per la stampa, e distribuirle gratuitamente in tutta italia fu un’idea strampalata, antimilanese, donchisciottesca ed eroica, ma destinata al fallimento. anzi fu eroica proprio in quanto consapevolmente fallimentare, è infatti tipica caratteristica dell’eroe battersi da solo contro cento ed uscirne sconfitti. ma è vita questa?

ciò ha costretto succoacido ad annaspare per anni: i numeri uscivano, ma dietro si vedeva crescere una continua richiesta ai lettori di abbonamenti e pubblicità, forme di finanziamento con l’obiettivo di mantenere la fatidica dicitura “gratis” sulla copertina, dall’altra parte si voleva mantenere anche il carattere indipendente, ma davvero, ma da tutto, anche da se stessi, della fanza. una pubblicazione senza alcuna linea editoriale, dove chi scriveva poteva scrivere tutto ciò che voleva fino ad infrangere anche il tabù dei tabù: stroncare nelle recensioni dischi di potenziali o addirittura di ex-inserzionisti. tutto questo, insieme al rifiuto di cercare forme di finanziamento pubblico, ha contribuito alla prevedibile bancarotta che deve ora fronteggiare. ma è vita questa?

che cosa pensava? che col tempo la genuinità e la coerenza etica avrebbero premiato, facendo della fanza un centro di attrazione importante perchè davvero imparziale, e si sarebbero moltiplicati abbonati sostenitori e inserzionisti? magari fino al punto di potersi permettere di aumentare le pagine, o di stamparne alcune in quadricromia? quanto davvero pensava di poter andare avanti così? ma è vita questa?

con la carta e non coi pixel si entra nella storia dell’editoria, questo forse è vero: c’è quel codicillo ISBN che dà l’agognata ufficialità, il poter dire che si è fatto qualcosa, e a provarlo c’è il codicillo ISBN, ma a che prezzo? la bancarotta. sono d’accordo sulla bellezza della carta, il bianco e nero, l’odore, l’archiviabilità, ma suvvia: il sito internet è quasi gratis, è estensibile infinitamente, è tutto a colori, si fa davvero quel che si vuole senza doversi umiliare a chiedere sostegni ogni mese. ne vale la pena, per l’odore della carta, di subire tutto questo? ma è vita questa?

i precedenti che mi ricordo sono freakout e jammai. entrambi chiusi, mi pare, per le stesse ragioni, nonostante quelli un minimo di linea editoriale (e forse qualche compromesso) ce l’avessero pure. ce l’avrebbe fatta succoacido? no. ora l’unica rivista cartacea vagamente musicale che trovo in giro si chiama ‘uscita di sicurezza’, c’è solo dalle mie parti: pubblicità di dischi major, interviste assurde ai subsonica, recensioni striminzite scritte da analfabeti, foto a colori di kylie minogue, su carta patinata, in copertina. pubblicità delle birrerie e delle osterie della liguria per il restante 80% della rivista, distribuita poi nelle stesse osterie. mi pare anche di aver parlato con un tizio che ci scrive sopra, ma forse l’ho solo sognato, che mi diceva che proprio grazie a tutta quella pubblicità lui riusciva a scrivere la sua mezza colonnina di recensioni di demo e di parlarne schiettamente, magari poteva pure stroncarne un paio. ma è vita questa?

chiunque vede una pila di succoacido in un negozio di dischi, immediatamente pensa ad ‘uscita di sicurezza’. ma è pure in bianco e nero, e non c’è kylie minogue in copertina. pensava di spuntarla su kylie minogue? le pile di succoacido hanno riempito per anni gli angoli bui dei banconi dei negozi di dischi insieme ai volantini delle discoteche e ad ‘uscita di sicurezza’, senza essere presi o letti da nessuno, hanno riempito i bidoni dell’immondizia, sono stati strappati per usare la carta per annotarsi il numero di cellulare di qualche figa. questa è la fine che fa la carta, non va nelle biblioteche. di 5mila copie per ogni numero, mi sorprenderei se sapessi che 100 sono state lette o almeno sfogliate. ma è vita questa?

e veniamo a http://www.succoacido.it. si può permettere di uscire in 3 lingue, di essere a colori, si può scrivere articoli infinitamente lunghi, interviste che vanno avanti per dozzine di pagine, si possono dedicare 20mila parole alla recensione di un demo uscito in 20 copie. chi legge può partecipare al forum e scambiare opinioni con chi scrive o con altri lettori, chi scrive non si preoccupa di scrivere cose abbastanza corte da poter essere pubblicate, non si autocastra, non si autocensura. e soprattutto chi visita il sito lo fa per leggere, e per genuino interesse alle cose che in esso vengono trattate: sulle pagine virtuali di un sito internet non si possono annotare numeri di cellulare di fighe e, particolare non trascurabile, le spese sono irrisorie. questa, sì, sarebbe vita.

per questo non capisco e non condivido la sua prospettiva di chiudere sia il sito che la rivista in carta, come se il fatto che per farla occorre del denaro ne nobilitasse in qualche modo i contenuti, e che un sito internet lo può fare chiunque. noi siamo chiunque, e sui contenuti giudichino i lettori. il discorso delle tante copie e della stampa è lo stesso dei complessini alle prime armi che investono sulla confezione e sul numero di copie stampate per supplire a carenze di talento e dare una parvenza di professionalità al prodotto. in questi anni, caro direttore, è riuscito a raccogliere una bella congrega di firme, che rischiano così di sparpagliarsi chissà dove, o molto più probabilmente di smettere di scrivere. questo sarebbe un delitto. muoia la carta, viva il sito.

[[[e se proprio non vogliamo rinunciare alla carta (qui la proposta) si pubblichi, una volta all’anno o anche meglio una volta ogni due, un bel digest di 100 pagine, ma a pagamento, con una retrospettiva di tutti gli articoli e le interviste apparsi sul sito, senza le recensioni però, che quelle invecchiando diventano presto inutili.]]]

baciamo la mano,

Onq


Dialogo sui rapporti tra Fruity Loops 4 e l’Autismo

3 dicembre 2003

Q: paziente g, stasera ho letto l’help del piano roll del fruity loops 4. ovviamente leggere e capire tutto l’help del fruity loops sarebbe il lavoro di una vita, ma usandolo un poco per volta, leggendo ogni tanto un capitoletto, può aiutare. come la bibbia: chi l’ha mai letta intera? si spilucca. ho imparato cose del piano roll che non credevo possibili, per esempio la funzione di slide. cioé che tu puoi far fare lo slide, diciamo, a un do e farlo alzare di una quinta, però decidi anche in quanto tempo farlo alzare (velocità dello slide espressa in steps!) e se hai un accordo puoi farlo alzare tutto contemporaneamente di una quinta, o puoi anche scegliere, colorando le note con altri colori, di farne alzare solo alcune. variazioni del pitch di questo tipo, ovviamente, le puoi fare in un’altra dozzina di modi all’interno di fruity loops, e puoi combinarli insieme. puoi fare un canale che si pitcha piano piano all’interno del pattern, e al suo interno puoi variare il pitch delle singole note, o solo di alcune. saranno bei giorni quelli in cui mi avventurerò nel famigerato formula controller, una roba che tu devi inserire formule matematiche e lui ti cambia i parametri a tempo seguendole. per esempio: a+Sin(SongTime*Pi*2*c)*Sin(Time/200)*(b-0.5) dove a b e c sono parametri dell’LFO del pan-o-matic che serve per darti effetti di stereo panning in modo che, se hai le cuffie, ti sembra che un certo suono ti giri intorno alla testa, quindi tu programmi la formula del moto armonico e la applichi al panning. simpatie così. ora tu dirai che uno che si studia queste cose non è un musicista, perché il musicista ha bisogno solo di un walkman e della sua chitarra. o che ha carenze affettive di qualche tipo. io ho carenze musicali, nel senso che ho dei pezzi brutti (gli stessi che avevo già quest’estate) e allora mi invetro nella tecnologia software per migliorarli, ma sotto sotto lo faccio per ritardare il momento umiliante in cui sentenzierò che quella che ho davanti ne è la versione definitiva, e capirò che è una merda senza appello. comunque devi assolutamente procurarti il fruity loops 4, che recide gli ultimi legami che hai con il resto di camera tua, e ti risucchia nel monitor. se fai un pezzo alla settimana puoi fare 5 dischi all’anno, e dimenticarti della figa.

G: non ho capito assolutamente un cazzo di quello che hai scritto sul fruity, è normale?

Q: potrei essere io ad aver perso ogni capacità comunicativa e di relazione col prossimo (=autismo), o forse tu sei semplicemente ancora ancorato a un’idea di musica legata più alla musica stessa che non alla propria competenza nel padroneggiare la terminologia specialistica di fruity loops (=autismo). io credo che l’approccio alla musica contemporanea non sia legato ai risultati registrati, ma risieda nel cazzeggio improvvisato col proprio strumento elettronico o software preferito. quindi un’analisi seria della musica contemporanea dovrebbere prescindere da qualsiasi supporto di riproduzione audio e concentrarsi sulla ricerca diretta, sul campo, dei nuovi talenti del software, che non registrano mai un cazzo impegnati come sono ad imparare le funzioni dei loro strumenti sempre nuovi e invetrandosi coi suoni da essi prodotti per ore e ore ogni giorno. se ci pensi, l’era tecnologica ha riportato la musica al suo stadio più antico, quando non esistevano né registratori, né registrazioni né notazioni per la musica, e la conoscenza della stessa era possibile solo dal vivo, e una ricostruzione impossibile. devo scrivere un articolo colto su questa cosa.

G: no, non è colpa tua se non ho capito un cazzo di quello che hai scritto sul fruity loops…sono io ad essere del tutto incompetente con riguardo alla terminologia specialistica del programma che ha cambiato le nostre fragili vite!!! Io in effetti non sono ancora in grado di mettermi davanti al fruity senza avere prima una idea precisa di quello che il pezzo deve essere…è anche vero però che spesso è il programma a suggerirmi cose che non avevo in mente, perché quando mi metto a realizzare in pratica ciò che ho in testa quasi mai sono in grado di farlo e quindi sono fortunatamente costretto a sbalordirmi di altre soluzioni che mi vengono suggerite al momento da quelle meravigliose manopoline! e lì a quel punto inizia il meraviglioso salvifico cazzeggio!!!

Q: anch’io mi facevo problemi su questo punto, ma poi ho pensato: cosa faccio quando compongo con la chitarra? cazzeggio anche lì, perché non sono abbastanza esperto da prevedere quello che uscirà quando metto le dita in un certo modo, specialmente se uso accordature non standard (cioé sempre). quindi cosa faccio? faccio un po’ di cose a caso finché non mi viene un “giro” che mi suona bene. ma questo si chiama cazzeggio. che differenza c’è dal cazzeggiare con le manopole del fruity? nessuna, e alla fine il tuo pezzo si basa su una combinazione di suoni che stanno bene piuttosto che su un “giro”, il che è molto più nobile e moderno. e soprattutto ti darà risultati più vari, e anche più belli. a meno che tu non parta sempre con un accordo di chitarra di settima minore mandato in avanti e poi a rovescio, perché allora sì ti vengono tutti uguali anche col fruity…

G: il nostro modo di comporre non è, credo, tanto dissimile e la componente di cazzeggio (che potremmo anche chiamare “caso”, o “gli alieni”,o “autismo”) non è assolutamente ostacolata dall’uso di programmi come il fruity loops…c’è un elemento di indeterminazione nell’atto creativo col fruity che non è inferiore per me a quello che accade nel comporre con altri strumenti. Anzi…dirò di più. Dal punto di vista compositivo io sono molto agevolato dal fatto di conoscere poco lo strumento che suono – ad esempio per comporre nuovi pezzi alla chitarra ora sono costretto a sperimentare col cacciavite e/o a cambiare accordatura per poter essere “sorpreso” dallo strumento che sto suonando. In altre parole, se so in partenza che mettendo le dita in un certo modo viene fuori quel determinato accordo, quel determinato suono, perdo la magia della sorpresa del suono nuovo, che è per me fondamentale per scrivere un pezzo nuovo. Il fruity loops conserva per me un indice di indeterminazione abbastanza grande per potermi consentire di scrivere molti pezzi nuovi. Probabilmente per la maggior parte delle persone il momento compositivo è del tutto opposto al mio, perché immagino che la gente componga i pezzi secondo le proprie conoscenze musicali. Io invece cerco di andare contro anche le poche conoscenze musicali che ho! E questo si chiama autismo. Ti riconosci nell’autismo e in tutto ciò che comporta?

Q: sì, la conoscenza di uno strumento è inversamente proporzionale alla capacità di comporre musica partendo dallo strumento stesso, la buona conoscenza dello stesso è invece indispensabile per realizzare compiutamente ciò che prima si è composto. un software che ogni anno o due avanza di versione permette di comporre continuamente con le funzioni implementate nella nuova versione, ed eseguirle con le funzioni vecchie che già si conoscono bene. questa è la perfezione dinamica del fruity loops, perché il fruity loops ha capito che non può esserci perfezione statica, ma solo un miglioramento continuo, che fa un balzo in avanti non appena riesci a sfiorarne l’essenza ultima.


tutto su mia madre

20 novembre 2003

mia madre ha detto che mi ammalo perché il mio fisico viene depresso dalla musica triste che ascolto in camera mia, perché ieri si è intristita lei, dalla sala, sentendo di striscio la musica che ascoltavo in camera mia attraverso la porta, e allora ha detto che se è andata in depressione lei che era lontana dalla fonte figuriamoci io che sono davanti alle casse. il comico è che ieri quello che ascoltavo erano i progressi dei lavori per il nuovo disco onq. bello. “un disco che vi farà deprimere anche da dietro un muro”.