figa, qui?

14 maggio 2013

glonassLeggo sul sito del commerciante Vivilibero questa interessante comparazione di prestazioni tra GPS Garmin, condotta in occasione dell’uscita sul mercato dei nuovi modelli a doppia costellazione, un’opzione fino a ieri economicamente proibitiva che sto tenendo d’occhio io stesso da qualche tempo.
Si parte con una comparazione di TTFF tra i 3 modelli Garmin, poi il tempo di stabilizzazione del segnale (l’articolo ammette comunque che questi parametri contano sega), calcolo della quota, numero di satelliti in vista e precisione stimata, per finire con un’analisi della traccia rilevata.
Non sono nuovo a questo genere di esperimenti, ne faccio io stesso, ma quello che mi fa astenere dal pubblicare risultati è la non attendibilità degli stessi.
Con ciò non intendo dire che l’articolo faccia cagare, o che porti a risultati errati (molto interessante la “coerenza nell’errore” nei due apparecchi GPS, che dimostra come il cambiamento della posizione dei satelliti rispetto all’ora del giorno possa cambiare sostanzialmente la traccia rilevata indipendentemente dallo strumento usato), ma avrei sottolineato i limiti della credibilità delle misurazioni, e mi preme far notare come sia stato dato conto a misurazioni di dubbia utilità, tralasciando le uniche che servono a qualcosa.
Dopo un primo capitolo, inutile per stessa ripetuta ammissione dell’autore, il seguente “numero di satelliti a vista, accuratezza della posizione e calcolo della quota” è quello che mi ha fatto alzare il sopracciglio più in alto.
Cominciamo col numero dei satelliti agganciati. Cosa mi dice questo dato? Niente: due satelliti allo Zenit lavorano meglio di 5 satelliti sull’orizzonte: agganciare più satelliti inutilizzabili porta a misurazioni più precise? Se sì, come? Quanto? I primi due apparecchi, che hanno lo stesso chipset e prendono la stessa costellazione, differiscono per la presenza di un’antenna esterna nel primo, che gli permette di “agganciare” più satelliti, ma questo in cosa si traduce? La traccia finale è forse più accurata nel primo apparecchio? Non mi pare dalla grafica, o meglio, non possiamo saperlo.
Accuratezza. Nello stile Garmin, l’accuratezza è un valore in metri ottenuto con una stima partendo dagli unici dati certi (che non conosciamo, ma che il chipset registra: i famigerati hdop e vdop). i *dop sono misure, mentre l'”accuratezza secondo Garmin” è un’opinione, che tiene conto delle misure, ma le filtra in un algoritmo (che non è noto) e ci restituisce una stima del raggio di errore in metri. Un dato più leggibile e user friendly? Certo. un dato che pubblicherei in un comparativa tra apparecchi diversi? Certo che no. Infatti l’articolo segnala che in uno degli apparecchi il dato è inaffidabile, guarda caso nell’apparecchio che stiamo confrontando con gli altri due. Quindi perché dare il dato? L’autore perde qui un’altra ottima occasione per accorciare l’articolo.
Altitudine. L’altitudine nei GPS è un argomento che molta gente fatica a capire. Per prima cosa è poco chiaro cosa sia l’altitudine, ed è poco chiaro come viene calcolata. Lo spiegherò quando ne avrò voglia, ma per oggi basti dire che nella tecnologia GPS il dato verticale accumula molto più errore di quello orizzontale, inoltre “si sente” di più, perché un errore di 10 metri in altitudine dà fastidio all’utente comune più di un errore di 10 metri planimetrico. Per farla breve, il dato dell’altezza nel GPS è troppo approssimativo per essere utile, e per questo gli apparecchi per amatori affiancano al ricevitore GPS anche un sensore barometrico. Uscendo dall’osceno mondo Garmin, altre marche incrociano il valore planimentrico con un DEM, e da quest’ultimo ricavano la quota, un approccio più logico e pulito, che Garmin non implementa per qualche sua bislacca scelta commerciale. Quindi, in un articolo sulla sensibilità di chip GPS, perché parlare delle stime dei sensori barometrici? Tra l’altro senza tararli (o eventualmente disabilitarli) e trarne conclusioni sulle differenze tra l’uso della costellazione gps contro gps+glonass? Confrontandoli, tra l’altro, con dati “cartografici” di cui non si cita provenienza, proiezione, accuratezza?
Infine, l’analisi della traccia. Con queste premesse si tratta dell’unica parte interessante dell’articolo, ma ahimé anche qui i risultati potenzialmente interessanti sono dubbi, inaccurati, derivati con espedienti. Vediamo le tracce rilevate proiettate su Google Earth. Ora, mi piacerebbe una fonte diversa. Vediamoli confrontati con una traccia sicuramente affidabile, presa con un GPS professionale con correzione a terra. Non ce l’avete? Vediamoli su una carta catastale. Non ce l’avete? Vediamoli almeno su una CTR. Diamo tutto in pasto a un GIS (non a Google Earth) e calcoliamo la distanza di ogni punto rilevato dal percorso “vero”, facciamo delle medie fatte bene, facciamo un po’ di conti. Allora sì che vedremo se e quanto la doppia costellazione è più precisa della costellazione singola. L’approccio grafico è bello, intuitivo, ma mettiamoci dentro due numeri, prima di tirare conclusioni tipo “la disponibilità o meno del sistema GLONASS in presenza di una buona visibilità del cielo, è praticamente ininfluente”. La gente magari legge solo le conclusioni in neretto, non legge la parte prima, e pensa che ci siano dei complessi calcoli che dimostrano scientificamente le conclusioni, quando queste sono, in realtà, intuizioni e fantasie dell’autore.


Luneziahenge

16 aprile 2013

manhattanhengeMi imbatto nel concetto già datato, ma che non conoscevo, del Manhattanhenge. In pratica l’allineamento del sole al tramonto con le vie dei grattacieli a New York. Leggo che il fenomeno è visibile nella scena finale di Morning Glory (ma chi l’ha visto?) e in una puntata di CSI. Leggo anche che al MIT hanno la loro versione di MIT-henge, quando il sole si allinea col loro corridoio.
Così cerco e presto trovo questa simpatica applicazione, grazie alla quale calcolo i miei personali Ceparana-henge e Spezia-henge.
Mi è fin troppo familiare il fastidio mattutino mentre guido per andare al lavoro sulla Ripa (R.I.P), durante il Ripa-henge, che si verifica intorno al solstizio invernale.
Ahimé dovremmo però tirare dentro al calcolo anche i collinotti di cui la nostra provincia malaugurata abbonda. Il sole sorge e tramonta effettivamente in asse con la via, ma lo vedi solo mezz’ora dopo (o prima) quando sbuca (o si imbuca) dal (o nel) collinotto di turno, da tutt’altra parte.
Occorre uno sforzo ben superiore, e/o un imponente impegno di tempo libero, per assistere al verificarsi del fenomeno desiderato. Mi vengono in mente almeno due libri, scritti evidentemente da personaggi che di questo tempo dispongono.
Il primo è “apuane segrete”, che riporta pedanti tabelle che incrociano luoghi ed orari per vedere il sole o la luna dentro l’arco del Forato da Pruno.
Il secondo l’ho visto in libreria, senza comprarlo, perché non darei soldi a Calz0lari, ma è una summa delle sue famose farneticazioni sui druidi di Lerici. Sfogliandolo, ho visto qualche grezzo tentativo di righe tirate su carte tecniche, ad indicare la direzione dei raggi solari all’alba del solstizio estivo e di come vanno a imbucarsi in questo o quel pietrone.
Mi chiedo solo quanto diritte dovrebbero essere queste righe, per essere attendibili, su una proiezione trasversa di Marcatore. Ve lo lascio come facile compito.


mediocrity killed the cat

18 dicembre 2012

tommasiPeriodicamente, partecipo a qualche concorso pubblico: è gratis, e mi permette di fare un bel bagno nel dramma della disoccupazione giovanile, aggiorna le mie sensazioni sul problema, mi rende lucido sulla complessa realtà del nostro paese, e mi fa apprezzare quel poco che ho ottenuto io.
I miei più affezionati lettori ricorderanno la mia cronaca di un concorso per bibliotecari sul Flauto Mauto (in pieno stile mauto, il post si chiamava “la signorina troppi cazzi nel culo”).
Questa volta sono stato al famigerato concorsone per docenti, una specie di sorpresa da parte del Ministero, un discusso e chiacchierato livellatore di competenze che scavalca ogni cazzata imbastita negli ultimi anni per ritardare l’ingresso degli insegnanti nella scuola. Chi ha investito nelle SSIS si vede superato da neolaureati rampanti, chi ha alle spalle una vita di supplenze si ritrova in gara con pizzaioli che 10 anni fa si sono laureati in qualcosa e non si ricordano neanche in cosa. Io, che ho il mio lavoretto tranquillo, sono andato ad eliminare dalla graduatoria qualche aspirante maestrina che da 20 anni si girava i pollici aspettando il concorsone.
Ieri c’era il Terribile Quiz. Il Terribile Quiz era uno sbarramento per eliminare dall’agone il massimo numero di miserabili, per limitare gli ovvi problemi organizzativi derivanti dal correggere decine di migliaia di scritti in dialetto e sentire decine di migliaia di balbettamenti orali. Va da sé che questo, ai miserabili, non va giù. Fioccheranno ricorsi, patetiche giustificazioni per assenze, polemiche infinite sul contenuto dei quiz. E’ la triste natura degli italiani: tutti hanno una scusa, tutti hanno caratteristiche uniche e preziosissime che sta allo Stato, e non a loro, valorizzare. Per questo stanno seduti col sombrero in testa e aspettano che lo Stato gli passi davanti e si accorga di loro. Certe sparate dei vari ministri (i ragazzi “choosy”, i “bamboccioni” ecc…) sono pienamente, totalmente giustificate.
Vediamolo, questo quiz: 50 minuti per 50 domande a risposta multipla di logica elementare (banali serie numeriche da completare, infantili relazioni di insiemi, ridicole frasette), con una piccola percentuale di domande “informatiche” alla portata di chiunque sia in grado di aprirsi un account Facebook e di lingua straniera (queste ultime, giustamente, un po’ bastarde). Tenuto conto della banalità delle domande, il test avrebbe potuto diventare interessante con un tempo limite di 20 minuti, specie considerando che chi si sentiva un po’ debole in queste cose (cioè un cretino) aveva comunque la possibilità di prepararsi, visto che il MIUR ha pensato bene di pubblicare con un mese di anticipo tutte le domande e tutte le risposte. Ma con 50 minuti di tempo, che sottocategoria di rumenta umana potrebbe non passare il quiz? Evidentemente il Ministero conosce i suoi polli, perché anche così il Terribile Quiz ha falciato i due terzi dei candidati. DUE TERZI! E parliamo di DECINE di MIGLIAIA di LAUREATI.
Il dato ci fa riflettere. Innanzi tutto sulla decadenza del valore della laurea in Italia: la laurea non vale più niente non perché ce l’hanno tutti, ma perché viene data a tutti. Nessuno, nemmeno lo Stato, si fida più di un titolo che vale, ormai, meno della simil-pergamena su cui è stampato, per non dire meno della merda. Per correggere questa anomalia viene in aiuto il quiz. Si obietta che chi va a insegnare storia non debba saperne di matematica, che chi vuole insegnare filosofia non deve saperne di teoria degli insiemi: cazzate. Completare una serie numerica basata su semplici addizioni non è matematica, e capire che “banane” è un sottoinsieme di “frutta” non è teoria degli insiemi. Il quiz misura semplicemente l’abilità o meno di restare concentrati per mezz’oretta, la capacità di poter ragionare logicamente anche sotto stress e in condizioni di scarsità di tempo. Non la chiamerei neanche intelligenza: è proprio un livello basilare di attenzione, quello che hai se non sei totalmente annebbiato dalla droga. E sì, è una dote che un insegnante dovrebbe avere, anche se insegna storia.
Io l’università l’ho fatta già in tempi di piena decadenza, già non si imparava un cazzo, ma proprio grazie alla totale disorganizzazione dei corsi, delle biblioteche, della segreteria e delle facoltà, eri costretto ad arrangiarti in condizioni di scarsità di tempo: le sessioni di esame che arrivavano tutte insieme, e ti costringevano a dare 4 esami tutti nella stessa settimana per non perdere l’appello (quello successivo era dopo 6 mesi), i libri introvabili, gli orari di ricevimento slalomistici, le sedi a chilometri di distanza, gli orari delle lezioni distribuiti in modo peggio che casuale, mi dicevo, forse non sto imparando un cazzo, ma imparo a cavarmela nella burocrazia, e mi do una svegliata rispetto alla pappa pronta che avevo al liceo. Un po’ come si diceva del militare ai tempi della leva obbligatoria: nessuno pensava davvero che si imparasse a combattere, ma almeno imparavi a rifarti il letto, a pulire il cesso e a mangiare le schifezze, ed eri pronto a sposarti.
E visto che siamo in argomento misoginia, per la cronaca: le proporzioni dei falciati sono state le medesime nella mia batteria di quiz (circa 2/3 a casa), e gli unici due uomini presenti hanno ottenuto i due migliori punteggi. Sarei curioso di vedere le statistiche italiane, divise per regione e per sesso. Parliamone, anche di queste “dottoresse” che ingrassano i dati delle pari opportunità, che le donne si laureano di più, che sono più brave, le nostre umaniste. Forse in 5 anni riescono ad imbastire una buona tesi compilativa in 14 volumi su qualche vetusta cazzata, mentre magari gli uomini danno ancora una qualche importanza al lavoro, ma davanti a un orologio che fa tictac non riescono a ricopiare YGRF3GF8487F senza fare errori. E avrei potuto dare il risultato anche senza test, basta guardarle in faccia: le più brutte sono anche le più stupide.


appunti per un articolo su nature

19 ottobre 2012

Aver imbiancato la casa con le proprie mani, o, peggio, aver pagato un imbanchino, porta irrimediabilmente l’individuo ad un superiore livello di consapevolezza nei confronti del rispetto dell’immacolatezza delle superfici imbiancate, siano esse muri portanti o tramezzi.

i. il disprezzo del baygon

Ottobre potrebbe o potrebbe non essere un tradizionale periodo di climax per la concentrazione delle mosche in casa, ma lo è evidentemente, quest’anno, alle latitudini dello scrivente.
Ci ritroviamo quindi con un’anomala quantità di mosche domestiche che offendono la continuità del bianco delle pareti domestiche con la loro presenza fastidiosamente intermittente.
Non meno fastidio potevano arrecare, nei mesi più caldi, le cosidette mosche della merda, quelle metallizzate, attratte dal cibo del gatto.
Ecco in quale contesto si sviluppavano e si affinavano le considerazioni che vado infine ad esporre per l’altrui utilità.
Scartando in partenza le classiche opzioni della ciabatta e del giornale arrotolato, per gli evidenti segni che questi lasciano sulle superfici idropitturate quando causano lo scempio del corpo dei ditteri, ho preso ad abbracciare una diversa filosofia: quella dell’animale colto in volo.
Si usi quindi uno strumento relativamente morbido e assai flessibile, come un panno, un canovaccio da cucina, una gamba di pantalone, una manica di fruit, e violentemente si frusti l’aria nelle immediate vicinanze dell’animale volante, cercando di prenderlo.
Più spesso di quanto si potrebbe pensare, la mosca ferita o disorientata la si ritrova sul pavimento, dove agendo in fretta può essere uccisa con più facilità e con minori probabilità di lasciare macchie difficilmente lavabili.
Personalmente, preferisco gettare all’esterno dell’appartamento gli animali feriti e zoppicanti, piuttosto che ucciderli, per evitare del tutto lo spargimento di sangue e organi interni di insetto.
Il problema nasce quando ci si imbatte in finestre chiuse o zanzariere abbassate mentre ci si trova con una mosca ferita in mano, tenendola per un’ala, specie quando queste ultime sono difficilmente apribili con una mano sola. In tutte queste fattispecie, cerco di dare la mosca ferita al gatto, in alternativa la butto nel cesso.
E’ così che arriviamo al punto nodale e dolente della presente trattazione: la mosca ferita nel cesso.

ii. la mosca ferita nel cesso

Tutte le mosche hanno, di fronte alla prospettiva della morte, un comportamento grosso modo simile. La lotta della mosca per la sopravvivenza si concretizza di solito in un goffo tentativo di restare a galla dimenandosi, simile a quello di alcuni umani quando non sanno nuotare, che evidentemente facilita la respirazione attraverso l’apertura dell’apparato boccale, che si trova al di sotto della linea di galleggiamento dell’animale.
In natura, questi movimenti sortiscono un triplice effetto: permettere la respirazione, come si diceva, raggiungere la terra o un frammento galleggiante dove trovare sollievo, attrarre predatori natanti. Evidentemente il calcolo delle probabilità rassegna la mosca ad agitarsi nonostante l’evidente pericolo che ciò sottende.
Nel meno naturale contesto del cesso, l’agitarsi del dittero non porta ad immediati benefici: le superfici lisce e ripide della ceramica spesso non risultano arrampicabili con le zampette dell’insetto, specie se bagnate, e questo finisce con l’agitarsi per un tempo virtualmente infinito.
Come porre fine ai suoi affanni? Il problema non è di immediata soluzione.
Attendere lo sfinimento e il conseguente annegamento dell’insetto può richiedere diverse ore (che variano in funzione dello stato di salute dello stesso) durante le quali dovremmo rinunciare ad usare il cesso per più nobili scopi.
Bersagliare la mosca ferita con un fiotto di urina non sembra sortire alcun effetto se non quello di farle un piacere.
Tirare l’acqua, allo stesso modo, non risolve il problema: una proprietà poco investigata dei cessi domestici è infatti quella di non permettere l’eliminazione di piccole scorie galleggianti all’atto del tirare lo sciacquone (sarà capitato a tutte le lettrici di bestemmiare contro trucioli di matita da trucco).
Liberarsi della bestia ferita sembra semplicemente impossibile.

iii. il trionfo della nonna

Come spesso accade, rimedi empirici e casalinghi suppliscono con semplicità laddove la tecnologia si ferma, ottenendo gli stessi risultati a fronte di spese assai superiori.
Sono i cosidetti “rimedi della nonna”, di solito risolvono con l’aceto qualunque lavoro altrimenti possibile solo con solventi, insetticidi, antimuffa, smacchiatori industriali. Sembra che queste nonne avessero un sacco di aceto da buttare a cazzo sempre a portata di mano, e ci facessero qualunque cosa.
L’aceto io non lo tengo neanche in casa, e non l’ho provato sulle mosche agonizzanti nel cesso, ma il rimedio che ho trovato ha la stessa geniale semplicità, direi di più, rispetto alle soluzioni a base di aceto ha il vantaggio di non decontestualizzare un prodotto dalla sua normale applicazione. E come ogni rimedio casalingo, l’ho inizialmente applicato per puro caso senza prima ragionarci su, e scoperto funzionante senza coscienza dei fenomeni fisico/chimici che ne stanno alla base.
Un cappello un po’ verboso che i lettori abituati a ben di peggio mi vorranno perdonare, per arrivare finalmente al dunque: si tratta semplicemente di lavarsi i denti, e sputare la schiumetta sulla mosca nel cesso, anziché mandarla sprecata nel lavandino.
Questo banale detour dalla normale routine dell’igiene dentale, assicura il decesso del dittero in una manciata di minuti, e insieme la sua smaltibilità via sciacquone.
Certo, mi sono chiesto in base a quali proprietà del dentifricio ciò sia possibile: forse la mosca soffoca nella schiuma? Forse è avvelenata dal cloro? Accecata dal mentolo? Forse il sottile strato di dentifricio che si viene a creare sulla superficie dell’acqua del cesso ha una densità inferire a quella dell’acqua, che non permette il galleggiamento dell’insetto? E perché, dopo il trattamento, lo sciacquone vince la gravità della mosca, che pure continua a galleggiare? Il dentifricio sputacchiato la avvolge in un bozzolo lepegoso che può essere più facilmente inghiottito nel vortice dei fluidi?
Non disponendo di adeguata attrezzatura per operare una soddisfacente autopsia sulle mosche, non possiamo che lasciare queste risposte a fisici, chimici ed entomologi, riteniamoci soddisfatti di aver fornito loro uno spunto di approfondimento, di aver aperto un problema che forse innescherà un acceso ed interessante dibattito.


il volontariato è il cancro della società contemporanea

5 ottobre 2012

Da qualche tempo si è fatta strada in me la consapevolezza che uno dei primi e più gravi mali che dovremmo impegnarci ad estirpare da questa società malata è, come si evince dal titolo, il volontariato.
Nessuno sa di preciso cosa sia, né quali siano i suoi confini, ma coloro che amano definirsi “volontari”, siano essi irreggimentati in cooperative, onlus, associazioni e partiti, o cani sciolti che si annidano tra noi, mimetizzandosi tra professionisti in uffici e negozi come stagisti, stanno erodendo le fondamenta del mondo civile.
Questi personaggi incomprensibili che riescono a vivere di creste sui rimborsi, di note spese truccate, di gadget per clienti, di autocompiacimento, di pacche sulle spalle, di divise colorate, di merce danneggiata, di righe sul curriculum, di sorrisi e riconoscenza sollevano diversi interrogativi.
Di cosa si nutrono? Dove vanno a dormire? Come pagano l’affitto? Come riescono a riprodursi così velocemente?
E soprattutto, da dove viene la loro sete di autodistruzione? Essi si reggono su un sistema che stanno cannibalizzando e che crollerà insieme a loro. Sbagasciano le tariffe dei professionisti, offrendo servizi solo nominalmente paragonabili a costi azzerati, o dietro simbolici rimborsi, o dietro promesse di scambio di favori.
Eliminano, ma solo apparentemente, la necessità dello Stato di dotarsi di apparati fondamentali a tutela della salute, della salvaguardia del territorio e dei beni culturali, della sicurezza e dell’assistenza.
Risucchiano competenze da chi dovrebbe legittimamente averne, ma non accettano responsabilità, misurazioni di performance, rispetto di standard, mandando tutto, volontariamente, in merda.
Hanno difeso con tale accanimento le loro nicchie di competenza da escludere chiunque altro, fino a cacciare, di fatto, chi è titolato ad occuparle.
I volontari eliminano il principio stesso del lavoro su cui il nostro Stato si fonda, quello di esigere un salario. Che ne è del lavoro, se non è più pagato? Dove finiscono la competizione, la concorrenza, la spinta a fare meglio? E dove finisce la nostra società senza il lavoro? Mangeremo tutti in mense di volontari, dormiremo in dormitori gestiti da volontari in case occupate da volontari, lavorando durante il giorno come volontari noi stessi, spegnendo incendi, guidando ambulanze, organizzando sagre e facendo la guardia nei musei.
Il volontariato è una galassia di inefficienza ed incompetenza, di corruzione ed intimidazione che blocca ogni tentativo di normalizzazione e miglioramento, e ci tiene tutti sotto la costante minaccia di un collasso escatologico.
Cosa succederebbe se tutti i cosidetti volontari smettessero all’unisono di lavorare? Nessuno potrebbe richiamarli, né minacciarli, né sanzionarli. E se un giorno lavorassero, volontariamente, male? E se lavorassero volontariamente contro di noi? E se stessero organizzando un colpo di stato volontario? Chi li ha mandati, chi si strofina le mani ghignante dietro questa torma di utili idioti? Una potenza nemica? Un complotto? Il Vaticano?
Dobbiamo essere nemici dei volontari, rifiutare i loro servizi scadenti, rifiutare di partecipare noi stessi a qualunque iniziativa puzzi di volontariato, rifiutare di muovere qualunque muscolo volontario, rinnegare e disprezzare la volontà.
L’unico vero filantropo, benefattore dell’umanità, costruttore di una società destinata a durare è solo chi esige un vero compenso. Un salario misurabile, una parcella che rappresenta la derisione dell’entusiasmo interessato delle piattole volontarie. Il sabotaggio del volontariato è un dovere civico, la nostra vera missione extralavorativa è fermare i volontari che conosciamo convincendoli a smettere. Con le cattive, se necessario.


tradizione e rinnovamento

4 settembre 2012

Ogni anno, prima o poi mi imbatto nel tormentone estivo. A questo giro, una piacevole sorpresa me l’ha data il Pulcino Pio. Con un approccio non musicologico saremmo tentati di relegarlo nella solita scatola mentale delle stupidaggini, dove confiniamo ciò che nostro malgrado apprendiamo e non possiamo volontariamente dimenticare, ma proviamo a dargli una seconda possibilità.
Il Pulcino Pio parte come elenco di animali da cortile, vi si abbina un ballo che consiste nell’imitarli (non senza una certa difficoltà), un po’ sulla falsariga dell’indimenticata “ciapa la galina”, ma a differenza di quest’ultima si nota subito la struttura modulare delle strofe, che ci rimanda direttamente ad una tradizione popolar-infantile (la fiera dell’est, la vecchia fattoria), ma anche ad un certo sperimentalismo postmodernista che ha fatto della ripetizione con variazioni la propria cifra stilistica (Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich) fino a riecheggiare, perché no, i Cefodie di “te mae”.
Ma è l’incedere malinconico, in minore, della melodia, che rivela la caratura del compositore. Indubbiamente un compositore ben istruito, e di alto mestiere, che attinge da un vasto corpus di canti popolari (quel mazzolin di fiori, quindici uomini) per consegnarci un pezzo che, con qualche bpm in meno, non stonerebbe nel repertorio dello Zbigniew Preisner dei tempi d’oro. Insomma, non siamo di fronte al solito dj da spiaggia che ricicla un ritornellaccio sudamericano per far sculettare vecchiazze cantando di galline.
Il capolavoro nasce proprio in questi casi, quando un compositore capace e coltissimo si presta, per il pane, a comporre per le masse: ricordiamo su tutti, per restare in orbita romana, il Morricone di “Abbronzatissima” o “Se Telefonando”. Sarebbe sciocco parlare di volgarimento, abbassatura, svilimento: comporre è un mestiere, ed è dai tempi di Bach che si compone per chi paga meglio; direi anzi che comporre per sé o per un pubblico volutamente limitato è una deriva mollo-borghese che mi auguro venga cancellata alla prossima rivoluzione. Il compito del compositore è scegliere gli ingredienti da un campionario di auctoritas a lui ben note, per confezionare nuove canzoni ad uso del popolo.
E visto che parliamo di popolo e di rivoluzione, emblematica è la scelta di uccidere il Pulcino Pio sul finale della filastrocca, un finale amaro da canto partigiano che annienta il singolo per generare il simbolo, uccide il militante per far nascere l’eroe.


endogamia, e perché no?

4 febbraio 2011