tradizione e rinnovamento

4 settembre 2012

Ogni anno, prima o poi mi imbatto nel tormentone estivo. A questo giro, una piacevole sorpresa me l’ha data il Pulcino Pio. Con un approccio non musicologico saremmo tentati di relegarlo nella solita scatola mentale delle stupidaggini, dove confiniamo ciò che nostro malgrado apprendiamo e non possiamo volontariamente dimenticare, ma proviamo a dargli una seconda possibilità.
Il Pulcino Pio parte come elenco di animali da cortile, vi si abbina un ballo che consiste nell’imitarli (non senza una certa difficoltà), un po’ sulla falsariga dell’indimenticata “ciapa la galina”, ma a differenza di quest’ultima si nota subito la struttura modulare delle strofe, che ci rimanda direttamente ad una tradizione popolar-infantile (la fiera dell’est, la vecchia fattoria), ma anche ad un certo sperimentalismo postmodernista che ha fatto della ripetizione con variazioni la propria cifra stilistica (Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich) fino a riecheggiare, perché no, i Cefodie di “te mae”.
Ma è l’incedere malinconico, in minore, della melodia, che rivela la caratura del compositore. Indubbiamente un compositore ben istruito, e di alto mestiere, che attinge da un vasto corpus di canti popolari (quel mazzolin di fiori, quindici uomini) per consegnarci un pezzo che, con qualche bpm in meno, non stonerebbe nel repertorio dello Zbigniew Preisner dei tempi d’oro. Insomma, non siamo di fronte al solito dj da spiaggia che ricicla un ritornellaccio sudamericano per far sculettare vecchiazze cantando di galline.
Il capolavoro nasce proprio in questi casi, quando un compositore capace e coltissimo si presta, per il pane, a comporre per le masse: ricordiamo su tutti, per restare in orbita romana, il Morricone di “Abbronzatissima” o “Se Telefonando”. Sarebbe sciocco parlare di volgarimento, abbassatura, svilimento: comporre è un mestiere, ed è dai tempi di Bach che si compone per chi paga meglio; direi anzi che comporre per sé o per un pubblico volutamente limitato è una deriva mollo-borghese che mi auguro venga cancellata alla prossima rivoluzione. Il compito del compositore è scegliere gli ingredienti da un campionario di auctoritas a lui ben note, per confezionare nuove canzoni ad uso del popolo.
E visto che parliamo di popolo e di rivoluzione, emblematica è la scelta di uccidere il Pulcino Pio sul finale della filastrocca, un finale amaro da canto partigiano che annienta il singolo per generare il simbolo, uccide il militante per far nascere l’eroe.

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johann johannsson, francesco facchinetti and me.

8 giugno 2010

Ho conosciuto da poco l’opera di Johann Johannsson, giovane compositore islandese i cui tratti somatici ricordano molto quelli di un famoso dittatore italiano del ‘900 di cui non voglio fare il nome per non impennare le visite di questo blog.
Io lo seguo da poco, ma non si può, evidentemente, affermare il contrario: Johann Johannsson conosce ME da diversi anni, mi segue da lontano, ed è arrivato a plagiare la mia opera. Johann, lo so che stai leggendo, sei un brutto finocchio. Se io non registro i miei pezzi alla SIAE non è per permettere a te di scopare più ragazzine spacciando per tue le mie idee, ma per semplice pigrizia, e tra musicisti di un certo livello non dovrebbe porsi il problema. Fai la figura di DJ Francesco, e ora che sei sputtanato ne uscirai come DJ Francesco, all’isola dei famosi a farti vedere in mutande e fingere di litigare con qualche troia per due spiccioli.
Devo riconoscere però, caro il mio caro Johann, che sei stato attento: pochi infatti hanno ascoltato la mia opera recente, i lettori abituali del Fungo Mauto 2.0 mi conoscono più che altro come valente cartografo, gli amici di vecchia data sanno che una volta avevo un gruppo; pochissimi sono quelli che sanno che dopo il 2004, data del mio ultimo CD, ho continuato a comporre colonne sonore per il mio amico cineasta.
I film, poi, non vengono mai girati o, come in questo caso, girati ma mai montati, e non incontrano il pubblico. Sei stato in gamba a scovare una copia del mio “musica riverberata per parameci” del 2007, considerato che ne ho masterizzate solo due copie: una è in mano al cineasta, l’altra ad un altro amico che sta studiando per diventare dio e di certo non è lui che mi ha tradito. Senz’altro sei, in qualche modo, entrato nel mio hard disc in modo fraudolento, aggiungendo infamità ad infamità. Ma sappi che qua non siamo in Islanda, qua l’infamità si paga.
E quindi ora ti sputtano:

johann johannsson: the great god pan is dead (forlandia, 2008)

onq: paratia (musica riverberata per parameci, 2007)


uccello

16 aprile 2010

probabilmente c’è una forte componente omosessuale in me,  ormai ho accettato questa realtà e sono pronto ad ammettere oggi, pubblicamente, che mi piacciono i Sigur Ros, al punto che si può dire che io ne “attenda” il disco nuovo, il che mi capita con ben pochi gruppi, specialmente da quando non mi occupo più di musica.

l’attesa è ora ingannata dall’uscita del lavoro solista del loro cantante / chitarrista jonsi, che aveva già prodotto un lavoro ambient in coppia col suo fidanzato, con il marchio più sfacciatamente gay del mondo: “Jonsi & Alex”.

questo “go” somiglia molto a un disco dei Sigur Ros, spesso alle cose più ritmate dell’ultimo, ma anche alle derive da soundtrack del precedente. ciò è un bene, perché placa l’attesa dei fans dei SR, dall’altra parte mi chiedo cosa manchi a queste persone per non riuscire ad allontanarsi dal proprio stile e sfornare, con l’occasione del disco solista, del buon heavy metal, per esempio (leggo che Jonsi è fan degli Iron Maiden).

rimando a Pitchfork o ad altre fonti da voi preferite per una disamina più dettagliata del lavoro in questione, e un’analisi piuttosto condivisibile sulla poetica “del fanciullino” di Jonsi;  io posso embeddare il video del primo singolo, in cui lo vediamo travestito da uccello. sarà anche da finocchi, ma mi piace, oppure, è così da finocchi che mi piace.


maturità

17 novembre 2009

Homesleep ha finito la sua corsa allora?
Sì, ma non è un dramma. Almeno non lo è per noi.

Tranquilli, neanche per noi. Ma per qualcuno, lo so per certo, alcuni dischi non sono da buttare. Io stesso, lo ammetto, ho un disco dei GDM (in mp3) e l’ho ascoltato diverse volte. Beh per quel qualcuno ora è il momento di profittare dei magazzini che vanno svuotati. La snob way to indie culture non ha impedito di applicare prezzacci stracciati su tutto il catalogo e la home page del sito ha assunto le fattezze di un volantinaccio di Mondo Convenienza. Nadir dello svilimento, il “virgola novantanove centesimi” studiato affinché il consumatore non percepisca la soglia psicologica dei 4 euro, e il “fino al 30 novembre!” per mettere fretta alle massaie, come se dopo il 30 novembre potessero risalire i prezzi. Eppure, ciò che non mi mancava dei miei tristi trascorsi nell’indie rock, mi mancherà in futuro: qualcuno a cui indirizzare i miei due minuti d’odio, quel mondo felice e semplificato nel quale il tuo nemico ha un nome e un cognome.


ci avevate mai pensato?

26 giugno 2009

“we are the champions” è un plagio di “roma nun fa la stupida stasera”. spudorato.


scarred ghost

5 giugno 2009

martyrssu un qualche blog che non ho più rintracciato avevo letto una recensione entusiastica su un certo film horror francese, di cui avevo dimenticato il titolo. ho così fatto una ricerca con google, e ho scaricato e guardato, con calma, tutti i film horror francesi degli ultimi anni. l’unico per il quale si può effettivamente parlare di capolavoro è martyrs, e sono certo che proprio di quello parlava il blog. alle miriadi di recensioni che si trovano su internet, che scomodano tutti, da haneke a kubrik fino ad agotha kristof, non ho molto da aggiungere, se non la mia voce al coro che dice “da vedere assolutamente”, ma conviene spendere due parole sulla colonna sonora. questa è curata da un gruppo, anch’esso francese, dal buffo nome seppuku paradigm; si tratta di una classica colonna sonora da horror coi violini, ma c’è almeno una traccia che merita l’ascolto svincolato dalle immagini: “anna and the scarred ghost”, che nel film è usata, appunto, quando la protagonista incontra la candidata al martirio con i chiodi in testa. una piccola citazione iniziale, forse involontaria, a koyaanisqatsi e poi il pezzo si sviluppa su accordoni orchestrali e giù tristezza a volontà (l’accordo ripetuto verso i 3:42 garantisce pianto). lodevolissima l’iniziativa di rendere disponibile la soundtrack gratuitamente dal sito internet, piuttosto che stamparne un cd che avrebbe venduto forse 200 copie, dandomi modo di assumere la mia dose quotidiana di audioumiliazione senza passare da soulseek. il resto della produzione del duo, di cui si trovano assaggi sul myspace, è più ritmato, suonato e cantato, e perciò evitabile, ma le colonne sonore (anche quella di eden log, più elettronica alla M83) belin meritano.


arrivare in ritardo (di 10 anni) fa sempre figo

19 maggio 2009
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile).
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.
 
per sopportare la coda all’ufficio per l’impiego, ho comprato il numero nuovo di blow up. l’ultimo numero che avevo letto era dicembre 2005, e considerato che non ho altre fonti di informazione musicale cartacee né elettroniche, si può dire che il mio livello di aggiornamento sulle uscite del mercato discografico sia piuttosto scarso.
ho un rapporto di amore-odio per questa rivista, che porto avanti fin dall’uscita del primo numero in edicola (c’è anche una preistoria da fanzine che però ai tempi non seguivo). va da sé che i canoni estetici del direttore non coincidano coi miei, ma l’eterogeneità del materiale recensito la  qualifica come ottimo punto di partenza per approfondire numerosi percorsi, assecondando le mie ossessioni del momento.
altra qualità della rivista, nel bene e nel male, è quella di indicare quelle che sono le tendenze più fighette e i nomi più in vista della cosidetta scena indie: tutti i sommovimenti musicali più interessanti della nostra penisola e non, prima o poi avranno dedicato un articoletto, e quelli che riescono a starne fuori sono comunque stanabili dopo un paio di link via internet, partendo da quello che leggi su blow up.
quello che succede ora è che sta diventando figo il DIY, cioè la merda nella quale ho sguazzato per diversi anni, uscendone circa nel 2000, cioè 10 anni prima che diventasse un fenomeno cool. ciò mi rende creditore di diversi bocchini, perché oggi le etichette di cdr sono fighe, le etichette di cassette sono fighe, perché la gente non ha più in casa il mangiacassette ma solo l’ipod e quindi la cassettina di nastro magnetico con la copertina fatta a mano è diventata figa perché è retrò.
k7
inutile ricordare che nel 1997 erano gli sfigati a fare le cassettine e nel 2002 erano gli sfigati a fare le etichette cdr, perché erano i formati che costavano meno. oggi fare una cassettina costa di più che mettere in rete gli mp3, quindi le cassettine sono fighe, perché costano più degli mp3, e sono quindi un feticcio come prima poteva essere l’edizione in digipack, e fare le copertine a mano costa di più che farle con photoshop e stamparle a colori.
tutto questo parlare del feticcio del formato e del packaging lascia a margine una componente importante della musica, quella audio. non a caso su questi supporti si trovano rumori antimusicali, che chiamiamo “noise” per elevarli a rango di musica e poterli catalogare con un nome che suoni più serio di “merda”.
lungi da me spararmi pose da grande artista: io ho consapevolmente prodotto e spacciato merda su cassetta a tempo pieno per 5 anni. artwork a mano o con la macchina da scrivere fotocopiati in copisteria perché non c’era il computer, spese non irrilevanti per i francobolli e per le buste con le bollicine, o buste antiurto autocostruite col cartone, flyer prodotti con la stessa tecnica e inclusi a dozzine in ogni spedizione per far girare il nome, cdr inviati insieme a diverse copertine in modo che il destinatario potesse a sua volta fare altre copie con artwork originale da distribuire, scambi di cassette che mi portavano a casa centinaia di ore di pura merda registrata su nastro e autentiche sacchettate di spazzatura allegate agli artwork.
certo, c’era il feticcio dell’oggetto, c’erano gli artwork ricercati (reti per polli, bossoli di carta igienica, parti incollate a mano, lamette da barba, cartroncino colorato, vermi vivi ecc.) ma resta il fatto che la cassetta prima, e il cdr poi, erano scelti in quanto formato più economico, e all’interno di quel formato ci si sbizzarriva. per questo posso affermare che si trattasse di merda autentica, come oggi la merda autentica gira su mp3, mentre gli altri formati equivalgono alla ricerca del cool (cassette e cdr) o dell’ufficialità (cd, vinile). è la differenza tra scelta e necessità.
blow up, nella sua spasmodica ricerca del figo, sdogana oggi i cdr e le cassette (quando avevo il mio complessino, nel 2002, dovetti mentire sul formato per avere il mio cdr recensito tra i cd), e naturalmente rifiuta di parlare di mp3 e di mp3 labels (che io sappia, ma potrebbe averlo fatto tra il dicembre 2005 e il maggio 2009). la mp3 label è oggi quello che ieri erano le tape labels, ed è qualcosa che non ha niente a che fare con le tape labels di oggi. noi avremmo dato il culo per non dover fare la fila in posta ogni lunedì per spedire i pacchettini, per non spendere i 2 euro di tassa sui pacchettini provenienti dagli usa, per poter contattare le altre etichette istantaneamente e gratuitamente, e poter ascoltare assaggi del loro materiale. avremmo, insomma, dato il culo per myspace. ora c’è myspace e quei tempi sono finiti, la sfiga è finita. e la sfiga diventa posa, come è diventato cool il maglioncino sfigato coi rombi e il collo a V.
aver tenuto in piedi una tape label noise dal 1995 al 2000 è come entrare nei locali deserti alle 21:30 per spendere meno all’ingresso e andarsene a mezzanotte sopraffatti dal sonno un’ora prima che inizi ad arrivare la gente.