Per un approccio autistico alla scena elettronica contemporanea

L’evoluzione dei processori e del software legato alla produzione e alla manipolazione audio sta rapidamente avvicinando l’artificiale al natuarle e viceversa: si sentono sempre meno voci, tra i professionisti, parlare dell’inimitabile calore che dovrebbero avere le valvole, della resa del nastro magnetico rispetto all’hard disc, della registrazione elettrica sulla quale Steve Albini ha costruito la propria fortuna. Per quelli che ancora non fossero soddisfatti del sintetico, esistono librerie di campionamenti coltivati secondo tradizione e software sempre più sofisticati che aggiungono fruscio, distorsione, imperfezioni ai suoni sintetici per avvicinarli al naturale, capovolgendo la funzione che hanno avuto fino ad oggi, cioé quella di togliere le stesse imperfezioni dai suoni naturali per purificarli avvicinandoli così all’idea nella mente dell’artista. Il fattore umano, il tocco, il calore, il sentimento, sono definiti in una specifica serie di parametri controllabili a piacimento partendo da valori di default. L’umanizzazione del suono prende sempre più l’aspetto di insozzatura, aggiunta di imperfezioni inutili che rendono la cosa più umana semplicemente perché l’uomo non sarebbe in grado di suonarla con le proprie mani così come l’ha pensata. Il musicista, che ora potrebbe avere la sua cosa perfetta, preferisce lasciare il filtro tra la sua opera e il mondo delle idee sporcandola, mettendoci dell’umano dentro, una parvenza di manualità e di artigianeria, nascondendo l’essenza matematica, e quindi oltre-umana, della musica stessa. È infame che i sintetizzatori abbiano tentato per decenni di riprodurre il suono di un pianoforte vero quando sanno fare così bene una perfetta onda sinusoidale, è infame che la musica elettronica si sia sempre basata su suoni di casse e rullanti imitati in fin dei conti da casse vere e rullanti veri, strumenti propri del nostro medioevo comunale e degli aborigeni. La tecnologia sta almeno aiutando il musicista a superare il complesso del dj da cameretta, quello di non riuscire a riprodurre la musica “come se fosse suonata” tralasciando il vero problema, cioé di riprodurla come dovrebbe essere in sé. Presto la riproduzione sarà perfetta e alla portata di tutti, chiunque potrà incidere composizioni per orchestra, per jazz ensembles, per pianoforte e per gruppi punk senza mai doversi sporcare le mani venendo a patti col mondo e le sue sporche leggi della fisica del suono. Oltreché, naturalmente, le sue sporche leggi del costo in euro degli amplificatori valvolari, dei compagni di gruppo che perdono l’autobus e del bisogno di un diploma di conservatorio per poter dirigere un quartetto d’archi ed imporgli di suonare le proprie composizioni. Il problema di questa fase di passaggio è nel suo generare isteria e feticismo del nuovo, nella rincorsa, anno dopo anno, non più tanto della perfezione quanto della facilità di ottenerla, della compattezza degli strumenti e delle loro interfacce, nella frustrazione di vedere il prezzo di uno strumento costato mesi di stipendio dimezzarsi ogni anno. Così viene abbandonato l’approccio musicale alla musica, e l’artista si riconosce non più per il suo prodotto, ma per la propria competenza nel padroneggiare la terminologia specialistica del manuale d’uso dell’ultima workstation, campionatore, filtro. Questo stato di cose genera una serie di interessanti conseguenze: l’approccio alla musica contemporanea si slega dai risultati, dalle registrazioni, dai dischi. I prodotti finiti non esistono più, o meglio sono completamente irrilevanti per la comprensione dello stato dell’arte: l’essenza risiede nel cazzeggio improvvisato col proprio strumento elettronico o software preferito. Un’analisi seria della musica contemporanea dovrebbe prescindere da qualsiasi supporto di riproduzione audio e concentrarsi sulla ricerca diretta, sul campo, antropologica dei nuovi talenti del music gear, che non registrano mai niente, impegnati come sono ad imparare le funzioni dei loro strumenti sempre nuovi e concentrandosi coi suoni da essi prodotti per ore e ore ogni giorno, per trovare una perfezione che non verrà mai fissata. L’ultima evoluzione tecnologica ha riportato così la musica al suo stadio più antico, quando non esistevano né registratori, né registrazioni né notazioni per la musica, e la conoscenza della stessa era possibile solo dal vivo, e la ricostruzione impossibile se non affidandosi alla propria memoria. Il funerale della notazione musicale su pentagramma è stato celebrato da tempo: i nostri gruppi rock ne hanno a che fare solo al momento di registrare le proprie composizioni alla siae, organo passatista e conservatore per definizione, gli artisti elettronici affidano tempo, durata e intensità a valori determinati intuitivamente e memorizzati in automatico, la cui trascrizione su carta sarebbe ridicola oltre che inutile (vorrei proprio vederla una partitura degli Autechre). A questo punto dovremmo augurarci di poter assistere alla fine di questa fase degenere della musica iniziata con la notazione musicale e cronicizzatasi con l’invenzione delle schede forate per pianoforte automatico, del grammofono e dei supporti per l’audioriproduzione che l’hanno seguito. La notazione e la registrazione sono la resa dell’uomo davanti all’artificio da lui stesso creato: scrivere una melodia per non dimenticarla è ammettere i limiti della propria capacità mnemonica, è anche un’offesa alla melodia stessa, che non ha abbastanza presa per bastare a sé stessa, per esaurirsi in sé stessa, per essere ricordata com’era da viva. La riproduzione e la diffusione sono fenomeni virali, da studiarsi con gli strumenti dell’epidemiologia, la registrazione è la rievocazione di un defunto e l’ammissione della propria inferiorità rispetto alla performance, non più riproducibile e quindi registrata. Tutte le obiezioni alla registrazione, già sollevate ai tempi del grammofono ma poi abbandonate per concentrarsi ottusamente sull’alta fedeltà ed aggirare così il problema, vanno estese anche alla stessa notazione, e il dibattito torna attuale. Notazione e registrazione non possono sostituire la musica meglio di quanto il nome e la foto su una tomba sostituiscano la persona viva. Salutiamo quindi con favore questo apparente ritorno alla vita del suono in diretta, che non va confuso con l’improvvisazione, che è registrabile e pure notabile, anche se solo post mortem, ed è quindi peggio ancora. Lo andremo a cercare spiando nelle camerette e negli studioli casalinghi, lo percepiremo debole attraversando i cortili dei caseggiati o dalle cuffiette di un compagno di viaggio in treno che traffica col suo computer portatile. E dopo, quando la tecnologia si sarà evoluta abbastanza, perderemo questo momento magico in cui l’incapacità degli utenti di fronte ai limiti di strumenti perfetti ma non ancora sufficientemente user friendly genera sperimentazione viva, fertile e soprattutto orgogliosamente autistica.

[NDR: articolo ispirato da questa conversazione originariamente apparso su una qualche webzine nazionale, di cui oggi non si trova traccia]

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