crac succoacido

LETTERA APERTA A MARC DE DIEUX

o direttore, mio direttore,

voglio scrivere in risposta al suo appello apparso sulla homepage di succoacido.it qualcosa di più serio ed argomentato (ma forse simile nella sostanza, vedremo) delle due righe scherzose che già le ho inviato in forma privata. conti pure questa mia tra i tre-seicento consensi che sta aspettando dal sottobosco artistico, anche se forse si stava aspettando consensi di tutt’altra natura. ma è vita questa?

succoacido è stato il parto aberrante di una mente aberrante: l’idea di stampare 5mila copie di tasca propria, recuperando con la pubblicità una davvero minima parte delle spese folli sostenute per la stampa, e distribuirle gratuitamente in tutta italia fu un’idea strampalata, antimilanese, donchisciottesca ed eroica, ma destinata al fallimento. anzi fu eroica proprio in quanto consapevolmente fallimentare, è infatti tipica caratteristica dell’eroe battersi da solo contro cento ed uscirne sconfitti. ma è vita questa?

ciò ha costretto succoacido ad annaspare per anni: i numeri uscivano, ma dietro si vedeva crescere una continua richiesta ai lettori di abbonamenti e pubblicità, forme di finanziamento con l’obiettivo di mantenere la fatidica dicitura “gratis” sulla copertina, dall’altra parte si voleva mantenere anche il carattere indipendente, ma davvero, ma da tutto, anche da se stessi, della fanza. una pubblicazione senza alcuna linea editoriale, dove chi scriveva poteva scrivere tutto ciò che voleva fino ad infrangere anche il tabù dei tabù: stroncare nelle recensioni dischi di potenziali o addirittura di ex-inserzionisti. tutto questo, insieme al rifiuto di cercare forme di finanziamento pubblico, ha contribuito alla prevedibile bancarotta che deve ora fronteggiare. ma è vita questa?

che cosa pensava? che col tempo la genuinità e la coerenza etica avrebbero premiato, facendo della fanza un centro di attrazione importante perchè davvero imparziale, e si sarebbero moltiplicati abbonati sostenitori e inserzionisti? magari fino al punto di potersi permettere di aumentare le pagine, o di stamparne alcune in quadricromia? quanto davvero pensava di poter andare avanti così? ma è vita questa?

con la carta e non coi pixel si entra nella storia dell’editoria, questo forse è vero: c’è quel codicillo ISBN che dà l’agognata ufficialità, il poter dire che si è fatto qualcosa, e a provarlo c’è il codicillo ISBN, ma a che prezzo? la bancarotta. sono d’accordo sulla bellezza della carta, il bianco e nero, l’odore, l’archiviabilità, ma suvvia: il sito internet è quasi gratis, è estensibile infinitamente, è tutto a colori, si fa davvero quel che si vuole senza doversi umiliare a chiedere sostegni ogni mese. ne vale la pena, per l’odore della carta, di subire tutto questo? ma è vita questa?

i precedenti che mi ricordo sono freakout e jammai. entrambi chiusi, mi pare, per le stesse ragioni, nonostante quelli un minimo di linea editoriale (e forse qualche compromesso) ce l’avessero pure. ce l’avrebbe fatta succoacido? no. ora l’unica rivista cartacea vagamente musicale che trovo in giro si chiama ‘uscita di sicurezza’, c’è solo dalle mie parti: pubblicità di dischi major, interviste assurde ai subsonica, recensioni striminzite scritte da analfabeti, foto a colori di kylie minogue, su carta patinata, in copertina. pubblicità delle birrerie e delle osterie della liguria per il restante 80% della rivista, distribuita poi nelle stesse osterie. mi pare anche di aver parlato con un tizio che ci scrive sopra, ma forse l’ho solo sognato, che mi diceva che proprio grazie a tutta quella pubblicità lui riusciva a scrivere la sua mezza colonnina di recensioni di demo e di parlarne schiettamente, magari poteva pure stroncarne un paio. ma è vita questa?

chiunque vede una pila di succoacido in un negozio di dischi, immediatamente pensa ad ‘uscita di sicurezza’. ma è pure in bianco e nero, e non c’è kylie minogue in copertina. pensava di spuntarla su kylie minogue? le pile di succoacido hanno riempito per anni gli angoli bui dei banconi dei negozi di dischi insieme ai volantini delle discoteche e ad ‘uscita di sicurezza’, senza essere presi o letti da nessuno, hanno riempito i bidoni dell’immondizia, sono stati strappati per usare la carta per annotarsi il numero di cellulare di qualche figa. questa è la fine che fa la carta, non va nelle biblioteche. di 5mila copie per ogni numero, mi sorprenderei se sapessi che 100 sono state lette o almeno sfogliate. ma è vita questa?

e veniamo a http://www.succoacido.it. si può permettere di uscire in 3 lingue, di essere a colori, si può scrivere articoli infinitamente lunghi, interviste che vanno avanti per dozzine di pagine, si possono dedicare 20mila parole alla recensione di un demo uscito in 20 copie. chi legge può partecipare al forum e scambiare opinioni con chi scrive o con altri lettori, chi scrive non si preoccupa di scrivere cose abbastanza corte da poter essere pubblicate, non si autocastra, non si autocensura. e soprattutto chi visita il sito lo fa per leggere, e per genuino interesse alle cose che in esso vengono trattate: sulle pagine virtuali di un sito internet non si possono annotare numeri di cellulare di fighe e, particolare non trascurabile, le spese sono irrisorie. questa, sì, sarebbe vita.

per questo non capisco e non condivido la sua prospettiva di chiudere sia il sito che la rivista in carta, come se il fatto che per farla occorre del denaro ne nobilitasse in qualche modo i contenuti, e che un sito internet lo può fare chiunque. noi siamo chiunque, e sui contenuti giudichino i lettori. il discorso delle tante copie e della stampa è lo stesso dei complessini alle prime armi che investono sulla confezione e sul numero di copie stampate per supplire a carenze di talento e dare una parvenza di professionalità al prodotto. in questi anni, caro direttore, è riuscito a raccogliere una bella congrega di firme, che rischiano così di sparpagliarsi chissà dove, o molto più probabilmente di smettere di scrivere. questo sarebbe un delitto. muoia la carta, viva il sito.

[[[e se proprio non vogliamo rinunciare alla carta (qui la proposta) si pubblichi, una volta all’anno o anche meglio una volta ogni due, un bel digest di 100 pagine, ma a pagamento, con una retrospettiva di tutti gli articoli e le interviste apparsi sul sito, senza le recensioni però, che quelle invecchiando diventano presto inutili.]]]

baciamo la mano,

Onq

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